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Rubrica Cinema

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LA VITA DI ADELE, di Abdellatif Kechiche (2013)

28450La vie d’Adèle è quel film che probabilmente la comunità lesbica aspettava da anni, il primo in grado di rappresentare con sincerità un mondo complicato ma affascinante, intenso e mai noioso. Ma, a parte i contenuti, sicuramente molto coinvolgenti, ciò che colpisce di questa pellicola è anche la maestria tecnica con cui il regista Kechiche ha rappresentato una storia d’amore totalizzante, a cominciare proprio dalla scena del primo incontro tra Adèle ed Emma, ambientata in mezzo al traffico di Lille. Una panoramica in soggettiva il cuo intenso realismo è accentuato dalla macchina a mano descrive alla perfezione lo stato di trance in cui Adèle precipita non appena incrocia con lo sguardo la ragazza dai capelli blu. Quanta verità è racchiusa in quella scena! Il mondo si ferma, il tempo è sospeso e diventa palpabile, Adèle è confusa, spaesata, già innamorata. Sola nel suo letto, i suoi sogni sono occupati dalla presenza di Emma, che la sfiora, la desidera, la possiede. Adèle finalmente trova il modo di riempire quello che Marivaux descrive come “un vuoto nel cuore” che necessita di essere colmato, sensazione che pervade Adèle fin dall’inizio del film e che rimane profondamente impressa sul suo viso in seguito al distacco da Emma. Credo stia soprattutto in questo la bravura dell’attrice protagonista Adèle  Exarchopoulos, nel magnetismo del suo sguardo triste, malinconico, delicatamente sofferente amplificato dai primi e primissimi piani di Kechiche, che incolla la macchina da presa agli sguardi, alla pelle e ai capelli sfatti della sua protagonista. Come la sua Venere nera ballava una danza infinita del corpo, Adèle ed Emma sono ritratte in un ballo sensuale, nell’unione fisica dei loro corpi, nel piacere  dell’orgasmo, per la prima volta rappresentato in modo naturale ed esplicito, e dalla durata più reale che cinematografica delle scene di sesso, finalmente anti-voyeuristiche, finalmente sincere e molto lontane dal triste immaginario pornografico maschile. La vie d’Adèle è un film che ti tiene incollato alla sedia dal primo all’ultimo fotogramma, nonostante la sua durata, che sfiora le tre ore, sia interamente costruita su primissimi piani e poca azione e nonostante l’insistenza di Kechiche sulla muta indagine emotiva e psicologica della sua protagonista, che trapela dalla profondità degli occhi di Adèle, dal contatto diretto con la sua pelle e la sua intimità, dall’angolazione della luce che sfiora il suo volto risaltandone il rossore e dal ritorno continuo e ossessivo del colore blu – fantastica, a questo proposito, la scena del bar, in cui Emma incede immersa in una luce blu che riporta automaticamente la memoria filmica dello spettatore all’inizio della pellicola, rendendola ciclicamente inconclusa con un’abilità registica unica. La scena in cui Adèle balla sulle note di I Follow Rivers durante la sua festa di compleanno, vestita di blu, è un colpo che arriva dritto al cuore: il suo fascino malinconico ricorda quello delle donne di Bertolucci quando danzano seguendo un flusso magico,  ancestrale e primordiale ed è possibile afferrare, per la prima volta, un frammento della vita di Adèle, entrando con delicatezza nella sua sofferenza silenziosa, nel suo incessante bisogno di riempire quel vuoto del cuore con Emma. La continua presenza del cibo, di questi spaghetti oleosi che vengono filmati nell’istante in cui vengono divorati da una bocca in cerca di piacere, o delle ostriche dalla consistenza simile a quella che si può gustare tra le gambe di una donna – tutti elementi che mi hanno ricordato il precedente Cous cous, in cui il rapporto sensuale che intercorre tra cibo e corporalità è poeticamente suggerito –  l’insistenza sui gesti quotidiani di Adèle, sul suo respiro quando dorme o quando ansima avvolta dalle mani e dalle labbra di Emma, sulla passionalità dei suoi baci e sull’intensa corporeità dei suoi rapporti sessuali con la ragazza dai capelli blu sono specchio della sua fame  travolgente di vita, di amore, di emozioni assolute, di liberazione, una fame che Kechiche riesce a rappresentare pienamente attraverso uno stile incantevole, una sceneggiatura ben scritta e una fotografia eccellente (magnifico il bacio inglobato dalla luce diretta del sole, acquisisce una nota quasi surreale).

Un film che indubbiamente non andava doppiato, soprattutto durante i rapporti sessuali tra le due ragazze e nei momenti di disperazione di Adèle, talvolta ridicolizzati dalla traduzione dei suoi gemiti, dei singhiozzi e delle sue lacrime, ma che lascia addosso la sensazione di aver visto qualcosa di molto bello, anche – cosa ormai rara – a livello cinematografico.

La danza dai toni bertolucciani di Adèle:

L’incontro:

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IL RICHIAMO, di Stefano Pasetto (2009)

locandina

Lucia è una hostess appassionata di pianoforte, sposata con un medico che la tradisce e sulla quale incombono una grande sofferenza e una grave malattia. Lea è poco più giovane di lei, è uno spirito libero che cerca di migliorare la sua vita precaria affrontando i suoi giorni con allegria e spensieratezza, sempre in attesa di un padre distante che non la ama e che non la vuole raggiungere. Le due donne si incontreranno e si aiuteranno a vicenda a superare la solitudine che le attanaglia e il dolore che le abita, decidendo di partire insieme per la Patagonia a bordo de Il richiamo. Il loro rapporto si farà sempre più stretto e intenso, nonostante l’incompatibilità dei loro caratteri. Ma la fuga da una grigia Buenos Aires non risolverà la necessità delle due donne di affrontare i loro problemi e le loro paure più profonde. La sorte darà a Lucia un’altra possibilità, quella di rinascere e di scegliere la felicità, contrariamente a Lea che deciderà di prendere la strada più semplice. I ruoli delle due donne, così, si invertiranno. La fredda Lucia si lascerà andare a una nuova vita in cui tutto sarà letteralmente da scrivere; la solare Lea abbandonerà la sua libertà e intraprendenza per scegliere un cammino più tradizionale.

Un esempio raro di film italiano che tratta il tema dell’amore lesbico con sensibilità ed eleganza e che non scade nella commedia volgare. Le protagoniste sono tutt’altro che stereotipate e il loro viaggio si può riassumere in un delicato cammino interiore alla ricerca del proprio io. Uscito nel 2009 ma distribuito in pochissime sale nel 2012. La distribuzione italiana non si smentisce mai.

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ALL ABOUT LOVE, di Ann Hui (2010)

all about love poster

Come vivono le persone lesbiche e gay a Hong Kong? Ovviamente senza diritti, né quello di sposarsi, né quello di adottare figli, nemmeno da single. Ann Hui ci descrive la situazione della regione attraverso una divertente commedia romantica.

Macy è una avvocata molto sensibile alla questione della violenza sulle donne, Anita un’impiegata bancaria. Dopo aver vissuto una breve storia d’amore insieme, entrambe cercano di dimenticare la sofferenza del distacco frequentando altri uomini, che si rivelano essere un mero e poco coinvolgente diversivo in confronto alla passionalità che ha legato le due donne in passato. Entrambe, però, rimangono incinte a causa di qualche drink di troppo. Dopo alcune settimane, le due donne si incontrano di nuovo casualmente, rendendosi conto che la scintilla d’amore è ancora accesa e che sono destinate a stare insieme.

Ciò che colpisce delle protagoniste del film e delle loro amiche è che oltre ad essere lesbiche femministe, sono anche delle attiviste, a loro modo: si battono quotidianamente per la difesa dei diritti delle donne, contro la discriminazione di genere, si confrontano tra di loro su temi politici e di attualità, discutono di sessualità e del diritto della donna al raggiungimento del piacere sessuale, si oppongono concretamente al licenziamento di Anita da parte della banca solo perché è rimasta incinta. In poche parole, sono ben consapevoli del contesto sociale in cui vivono e cercano, nel loro piccolo, di cambiarne gli schemi patriarcali. Attraverso battute brillanti (uno dei due uomini abbandonati chiede all’altro: “Tu di chi sei la concubina?”) e scene comiche, questa pellicola unisce contenuti politici e divertimento, quasi a volerci dire “va bene divertirsi in discoteca, ma in quanto lesbica e donna rimboccati le maniche per migliorare la tua situazione invece di accettarla passivamente”.  Un prezioso insegnamento che andrebbe raccolto.

Finalmente per una volta i ruoli si invertono e sono gli uomini ad essere succubi delle due ragazze, senza rendersi conto che le loro avventure di una notte non possono competere con il rapporto d’amore che si è creato tra Macy e Anita. Nonostante questo, Mike e Robert decidono di prendersi le loro responsabilità e di sostenere le due donne e i rispettivi figli, andando contro ogni stereotipo di genere.

Molto dolce la scena in cui Macy e Anita continuano a trovare scuse per accompagnarsi vicendevolmente a casa per passare ancora un po’ di tempo insieme. Ancor più bello il finale, in cui il senso dell’espressione “famiglia allargata” si esprime nel modo più completo possibile.

Ann Hui, regista di A Simple Life, nominato per il Leone d’oro al festival del cinema di Venezia, è una garanzia di bravura. E’ possibile vedere la versione integrale del film sottotitolato in inglese qui.

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MAGNIFICA PRESENZA, di Ferzan Ozpetek (2012)

Uno dei pochi film italiani contemporanei che ha ancora qualcosa da raccontare, con un pizzico di originalità. Pietro, giovane pasticcere gay catanese giunto a Roma per sfondare come attore, ha appena perso il padre e la sua vita sentimentale con il regista Massimo non va esattamente come lui si aspetta che vada. Presa in affitto un’antica abitazione a un prezzo irrisorio, Pietro scopre che non vive da solo come pensava: l’appartamento, infatti, è abitato dai fantasmi di una celebre compagnia teatrale molto in voga negli anni quaranta. Pietro, inizialmente terrorizzato dai bizzarri personaggi, inizia a stringere amicizia con i fantasmi e, in particolar modo, con Luca, affascinante e sensibile gentiluomo d’altri tempi che sembra ricambiare con dolcezza l’interesse di Pietro. L’aspirante attore, un favoloso Elio Germano, perennemente stralunato e dallo sguardo sognante, si trova quindi sospeso tra la realtà e la finzione, incarnate, rispettivamente, da Paolo, suo vicino di casa dagli occhi languidi, e Luca, il fantasma che lo sveglia sfiorandolo con un soffio al mattino e che lo culla con intense poesie la notte. Tra stravaganti incontri fortuiti, come quello con il personaggio della brillante drag queen picchiata e abbandonata sanguinante per strada, e i continui esilaranti confronti con la cugina sempliciotta e un po’ ninfomane che tenta di convertirlo all’eterosessualità, Pietro costruisce intorno a se una vera e propria famiglia, un mondo di affetti veri e immaginati con i quali condividere una vita che, altrimenti, sarebbe vuota. Sospeso tra un senso profondo di nostalgia, il toccante e costante bisogno di memoria e momenti di vera e propria commedia, il film ci parla di sentimento, di bisogno di affetto, di famiglia e di condivisione. E la famiglia, in particolar modo, è tutto tranne che tradizionale; non ci sono padri, madri o altri parenti stretti, ci sono cugini di cugini, estranei bizzarri ma affabili e fantasmi educati. Ciò che non manca, però, è il senso che il termine “famiglia” porta con se: l’umana necessità di amare e di sentirsi amati. Perché in fondo, per dirlo con le parole di Mereghetti, siamo tutti alla ricerca del calore di una presenza o, forse, solo di un nuovo posto in cui commuoverci. E tra spiriti e drag queen, personaggi dalla sensibilità più umana che cinematografica, il film sembra essere permeato di uno spirito profondamente almodovariano, ma dove le peculiarità tutte italiane non vengono dimenticate, come la velata accusa di Pietro a un sistema che non ha ancora imparato a rispettare la diversità dimostra. “In che anno siamo? Gli italiani, sono liberi?” chiedono i fantasmi, che si sono sacrificati per la Resistenza. “Liberi, liberi… Proprio non sono…”, risponde Pietro.

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CIRCUMSTANCE, di Maryam Keshavarz (2011)

Shirin e Atafeh sono due giovani donne che vivono nella Teheran contemporanea post-rivoluzionaria, amministrata dal conservatore Ahmadinejad e ancora troppo impregnata dei dettami oscurantisti dell’ Ayathollah fondamentalista sciita Khamenei, successore di Khomeini (la cui effige appare spesso nel corso del film). Shirin ha perso i genitori, dissidenti politici giustiziati a causa delle loro idee, ed è costretta a vivere con uno zio autoritario. Atafeh proviene da una famiglia colta e progressista, per nulla simpatizzante della piega politica che il Paese ha preso. Il padre, in particolare, sembra soffrire molto delle restrizioni imposte del regime alla figlia e alle donne in generale e auspica un futuro migliore per la sua Atafeh (a cominciare dalla possibilità di poter fare un bagno nel mare, un banale svago che alle donne, in seguito alla Rivoluzione, non è più concesso praticare). L’unica nota negativa della famiglia di Atafeh è il fratello, Mehran, che, nonostante la giovane età, trova nel fondamentalismo religioso di Khomeini una via di uscita dal problema della droga. Shirin e Atafeh sono due spiriti liberi, rifiutano di seguire le regole imposte alle donne dal governo teocratico, partecipano a feste clandestine, fanno il bagno di notte in biancheria intima, si vestono con gonne corte. Ma, soprattutto, si amano alla follia e sognano una vita insieme, ciò che la Teheran contemporanea e omofoba non può offrire loro. La felicità delle due ragazze, infatti, ha vita breve: catturate e umiliate dalla Polizia Morale iraniana a causa del loro comportamento poco consono alle strette regole religiose del regime, sono costrette a rinunciare al loro sogno d’amore. Shirin, obbligata dallo zio a sposarsi per ridimensionare il suo spirito ribelle, sceglie di contrarre il matrimonio con il fratello di  Atafeh, così da poterle stare vicino e vivere nella sua stessa casa. Shirin però non sa che Mehran, ormai interamente assorbito dal fondamentalismo religioso, nonostante l’opposizione e la preoccupazione dei genitori e della sorella, la controlla attraverso microspie. Scoperte le sue fughe notturne da Atafeh , diventa sempre più severo nei confronti della moglie, costretta a vivere una esistenza triste che non le appartiene. L’epilogo, purtroppo, è abbastanza intuibile: poco possono due giovani donne innamorate contro il patriarcato del fondamentalismo religioso. Le due protagoniste femminili, Nikohl Boosheri e Sarah Kazemy, entrambe di origini iraniane come la regista, dai volti espressivi e affascinanti, incorniciati da un velo sottile che ne risalta la bellezza e l’esotismo, sono molto interessanti. Le scene d’amore e di affetto tra Shirin e Atafeh sono di una delicatezza appassionante, caratterizzate da una malinconica vena nostalgica, accompagnate dalla paura, dallo sconforto e dal coraggio. Un film indubbiamente coinvolgente per la comunità lesbica (non vanta una eccessiva bravura registica) ma che per essere gustato a pieno, secondo me, deve essere accompagnato dalla conoscenza del contesto culturale e politico di un Paese ambiguo e ricco di storia come l’Iran, il cui presente differisce molto dal suo passato meno conservatore.

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TOMBOY, di Céline Sciamma (2011)

Laure, ragazzina di 10 anni, si trasferisce in un’altra città durante le vacanze estive e fa amicizia con un gruppo di bambini, tra cui la coetanea Lara, che si invaghisce di lei. Laure, però, decide subito di presentarsi come Mikael, facendo credere agli amici di essere un maschio. La ragazza, pur assumendo atteggiamenti maschili stereotipati dalle regole della società, lascia però trasparire in più di un’occasione la sua profonda e spiccata sensibilità, diversa da quella degli altri bambini. Quando il suo segreto viene scoperto, la reazione dei coetanei è ostile, solo Lara sembra fare un passo verso la comprensione delle ragioni che hanno portato Laure a fingersi un maschio, così come, in parte, la madre, che, pur compiendo una piccola grande violenza costringendo Laure a indossare un abito femminile per andare a scusarsi con gli amici e con Lara, nel profondo ne capisce le ragioni e le accetta. Il tema della complessità dell’identità sessuale si ripropone attraverso un interessante finale aperto, in cui il volto di Laure parla senza aver bisogno di parole. Nella sua intensa espressività, si condensa la varietà incontenibile che caratterizza l’identità  e l’orientamento sessuale, le esperienze e i desideri, la curiosità e l’esplorazione. Molto lontano dall’obsoleta e profondamente discriminatoria ottica freudiana del desiderio poliforme, la pellicola di Sciamma contribuisce a smascherare i pregiudizi e i tabù degli adulti e della società che accompagnano i bambini nella loro crescita. Considerando che l’appartenenza a un genere diverso da quello biologico si inizia a percepire prima dei sei anni, forse andrebbe rivisto l’atteggiamento che si ha nei confronti dei preadolescenti, considerati esseri asessuati privi di desideri e caratterizzati da un’identità forzata che risponde ai ruoli sociali imposti dalla collettività e non necessariamente dalle aspirazioni, dall’affettività e dai sentimenti del bambino in quanto individuo con una propria soggettività. Ottima performance di Zoé Héran, di un’espressività intensa e dalla delicatezza commovente. Questo film è una piccola perla indipendente che, al di là della perfetta resa delle emozioni, che non scadono mai nel mieloso o nello strappalacrime, provocando, al contrario, qualche tenera risata, vanta anche di una curata tecnica cinematografica, caratterizzata da interessanti e variati movimenti di macchina, uso del teleobiettivo e gioco di campi.

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FEBBRE DA FIENO, di Laura Luchetti (2011)

Pur essendo una pellicola italiana prodotta a basso budget, Febbre da fieno riesce a sorprendere per la scelta delle tematiche trattate e per il suo finale stranamente imprevedibile. Matteo, un ragazzo che lavora in un bizzarro negozio di oggettistica vintage (purtroppo se ne vedono gran pochi in giro ormai), viene lasciato dalla compagna, Giovanna, che si è innamorata di un’altra donna, scoprendosi lesbica. Dopo un anno, Giovanna torna da Matteo, ancora innamorato di lei, per chiedergli di diventare donatore di seme affinché le due donne possano coronare il loro sogno d’amore e avere un bambino. Nonostante la relazione tra le due donne non costituisca il motore principale dell’azione, risultando marginale, è comunque molto interessante scoprire che anche in Italia ci sono registi che hanno il coraggio di affrontare questo genere di argomenti, dipingendo con naturalezza il desiderio di amore e famiglia delle coppie omosessuali. Un film poco pretenzioso, sicuramente non un capolavoro, ma dal vago e piacevole sentore di Nouvelle Vague. Colpisce indubbiamente la scelta del finale, che si distacca molto dai soliti film d’amore all’italiana e che incarna alla perfezione quel senso di leggera malinconia che il Ponentino, il tipico vento romano, soffia sulla vita e le storie delle persone, destabilizzandole.

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L’URLO (HOWL) di Rob Epstein, Jeffrey Friedman (2010)San Francisco, 1956: il poema “Howl” (urlo) di Allen Ginsberg, scrittore apertamente omosessuale, viene pubblicato e fa subito scalpore. La sua potente carica evocativa e accusativa in salsa beat non viene recepita dal pubblico ministero, che porta il caso in tribunale, cercando di dimostrare che l’opera è oscena. Dalla parte della difesa ci sono 50 intellettuali, interpreti dei grandi meriti del poema di Ginsberg. L’esito della sentenza si rivelerà sorprendente. Il film si muove lungo un abile montaggio che interseca l’episodio del processo all’editore del poema con la lettura dello stesso, evocato attraverso una graphic novel ben congegnata e disegnata, con, allo stesso tempo, le confessioni di Ginsberg. Allen ci racconta di come ha scoperto di essere omosessuale, del suo primo amore non corrisposto per lo scrittore beat Neal Cassidy, della sua amicizia con Kerouac, suo ispiratore e mentore, del suo amore profondo per Peter Orlovsky, che sarà il suo compagno di vita fino alla morte e oltre, nel ricordo dello stesso Peter. Forse la pellicola non riesce a rendere del tutto il potere del poema, entrato subito nella storia della letteratura americana e mondiale per la sua perfezione formale che ricorda una ballata jazz sia nei ritmi che nei contenuti (a questo proposito ci sono registrazioni delle letture di Ginsberg del poema che meritano di essere ascoltate). Howl è la denuncia di una società marcia, sbranata dalle fauci di Moloch, simbolo di un mondo malato, affetto da guerra e distruzione, fatto di edifici di freddo metallo e povertà, che trova il suo senso di esistere nelle strade cupe delle periferie e nei mendicanti della notte strafatti di visioni e deliri devastanti. Howl è la storia degli amici e conoscenti scrittori di Ginsberg, delle esperienze di personaggi sospesi in una realtà che cercano di vivere e interpretare attraverso le loro opere; è la storia delle paure condivise con Carl Solomon, conosciuto in una clinica psichiatrica, destinato alla lobotomia perchè un vuoto incolmabile gli squarcia l’anima, nello stesso modo in cui la squarciò alla madre di Ginsberg. Necessaria la lettura del poema.

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COLPO DI FULMINE-IL MAGO DELLA TRUFFA (I LOVE YOU PHILLIP MORRIS) di Glenn Ficarra, John Requa (2009)

Una commedia simpatica, ispirata a fatti e persone realmente esistiti. Un uomo, che conduce una tranquilla vita famigliare da classico sogno americano, realizza, in seguito ad un incidente stradale, di essere sempre stato gay e decide pertanto di rincominciare a vivere una nuova vita alla luce del sole. Per garantire un buono stile di vita al suo amante Jimmy, Steven inizia a darsi a piccole truffe, per finire poi in galera, dove incontrerà l’amore della sua vita, il Phillip Morris del titolo, brutalmente tradotto in italiano con un banale “Colpo di fulmine”, che non rende giustizia al richiamo all’amore omosessuale presente nel titolo originale. Anche dopo essere uscito di prigione il protagonista Steven non riesce a rinunciare a voler dare a tutti i costi al suo amore una vita piena di felicità e per questo si mette nuovamente nei guai, trascinando con sé, suo malgrado, anche Phillip. Ma per l’ennesima volta Steven riesce a cavarsela, decidendo però di sacrificare la propria libertà per salvare quella del suo amante, dimostrandogli ulteriormente tutto l’amore del mondo. Un film molto simpatico che a tratti gioca con gli stereotipi e li stravolge in modo originale attraverso un umorismo irresistibile e mai scontato e che, allo stesso tempo, è permeato da un dolce sentimentalismo. Una produzione indipendente che però vanta due attori come Jim Carrey e Ewan McGregor, bravi e credibili nei panni di due uomini gay uniti da un amore profondo. Consiglio la visione del film in lingua originale, se possibile, perchè la traduzione e il trailer italiani lasciano molto a desiderare, scadendo nei soliti sereotipi sul mondo gay, nonchè dando un’idea del film diversa da ciò che è realmente (mi riferisco soprattutto al pessimo montaggio del trailer in italiano).

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CHLOE, TRA SEDUZIONE E INGANNO di Atom Egoyan (2009)

La splendida e bravissima Julianne Moore è convinta che il marito la tradisca e per togliersi ogni dubbio assolda una escort di nome Chloe affinchè possa testare le reazioni del marito. Chloe si spinge oltre ai limiti iniziando un percorso di seduzione che porterà ad un finale inaspettato e alla presa di coscienza della moglie del suo vero orientamento sessuale. Si tratta di un film molto strano, giocato sul confine labile che separa e unisce seduzione e ossessione. La fragilità della Moore è affascinante, così come il sottile gioco di seduzione di Chloe, che con i suoi sguardi di ghiaccio e il suo sorriso perfido e allo stesso tempo dolcissimo spiazza lo spettatore.

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VIOLA DI MARE di Donatella Maiorca (2009)

Un film toccante e molto intenso tratto da una storia vera (descritta anche da Giacomo Pilati nel libro “Minchia di re”)  che racconta l’amore tra due donne nella Sicilia maschilista e patriarcale dell’800.
Un secolo che ci sembra così lontano sembra invece rivelarci quanto l’ipocrisia e la violenza omofoba siano presenti tuttora nel nostro Paese. Le stesse parole di disprezzo, gli stessi insulti, gli stessi sguardi di accusa, le stesse limitazioni di libertà: poco sembra essere cambiato dal contesto ottocentesco ad oggi e la pellicola ci dimostra quanto chi si fa portatore della morale e che si erge a giudice di tutto e di tutti, sia poi il primo a commettere atti atroci e di una violenza che lascia di stucco da tanto efferata si rivela essere.
Un amore tragico eppure così dolce, che si sviluppa tra la tenerezza e l’affetto delle due ragazze, inserite in un contesto naturale mozzafiato e la violenza e il disprezzo di chi le circonda e non capisce il loro amore. Un inno all’emancipazione non solo sessuale e affettiva, ma soprattutto della donna: lo spirito libero e ribelle di Angela, infatti, la sostiene lungo ogni difficoltà e ogni battaglia che intraprende in quanto Donna e in quanto lesbica, la costringe a non abbassare mai la testa e a vivere la sua coraggiosa scelta di fingersi un uomo pur di stare con la donna che ama. La reazione di queste due donne colpisce e commuove e la scena finale del film è la più chiara ed incisiva dimostrazione di come sia impossibile mettere delle catene a chi ama fino allo stremo, fino al sacrificio e a chi non vuole rinunciare alla propria libertà e identità.
Ottima l’interpretazione delle due bellissime attrici, Valeria Solarino e Isabella Ragonese, una coppia che incanta per la sua semplicità e ci guida oltre ogni pregiudizio con la sua dolcezza e con il suo coraggio.

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COMME LES AUTRES (BABY LOVE) di Vincent Garenq (2008)

Una simpatica commedia francese che tratta il tema dell’omogenitorialità.
Un rinomato pediatra omosessuale dedica tutto il suo tempo alla cura dei bambini e si accorge di desiderare di averne uno suo. Dovrà affrontare molti problemi, non essendo legale in Francia adottare figli da parte di coppie omosessuali. Come single sarebbe possibile adottare un bambino, tuttavia gli assistenti sociali francesi spesso ostacolano questa possibilità se scoprono che il genitore in questione è omosessuale. Il film evidenzia molto bene questo problema. Tra assistenti sociali e problemi di coppia, il protagonista Manu riesce a coinvolgere nella vicenda una frizzante ragazza straniera, arrivata in Francia per cercar lavoro, con la quale ha un incidente d’auto. La bella Fina finirà per innamorarsi di lui e dargli il figlio che tanto desidera, convincendosi che è ingiusto privare di una gioia tale una persona solo a causa del suo orientamento sessuale. Un film coinvolgente e piacevole da guardare, soprattutto per la dolcezza e la delicatezza con cui tratta tematiche come l’omosessualità e la omogenitorialità. Il protagonista stupisce per la sua interpretazione, un personaggio dolcissimo il cui forte e sentito desiderio di avere un figlio commuove se paragonato al  reale desiderio di moltissime altre persone omosessuali a cui la legge impedisce di avere figli.

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