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In che modo è possibile – se possibile – coniugare la lotta per l’autodeterminazione del corpo e del diritto umano con quella per la difesa degli animali? Quali connessioni esistono tra sfruttamento umano e animale? Come è possibile abbattere i muri del pregiudizio che allontanano animali umani (razzismo, omofobia, antisemitismo, misoginia) e animali non umani (specismo)?

Rifletteremo su queste domande insieme a LAV Bergamo nel corso di un ciclo di incontri dal titolo Molte razze, una sola specie.

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Come da locandina, gli incontri spazieranno dalla situazione palestinese alla detenzione umana (carcere) e animale (allevamento intensivo), fino ad arrivare alla condivisione di esperienze personali di discriminazione dal punto di vista di chi le vive sulla propria pelle quotidianamente: chi si converte all’Islam, chi è rom, chi ha dovuto migrare, chi è stata colpita perchè donna, chi è stat@ emarginato perchè transgender, chi è stat@ offeso perchè queer o omosessuale. Il tutto condito da cene etniche e musica balcanica.

Dall’altra parte si cercherà di decostruire insieme i pregudizi che si trovano alla base delle ostilità che spesso caratterizzano il mondo vegan (e talvolta anche antispecista in generale) nei confronti delle minoranze umane.

Critica decostruzionista queer e antispecismo: quali connessioni?

L’antispecismo viene definito come “un movimento filosofico, politico e culturale che si oppone allo specismo, all’antropocentrismo e all’ideologia del dominio. Come l’antirazzismo, l’antispecismo rifiuta la discriminazione arbitraria basata sulla presunta diversità razziale umana; esso respinge quella basata sulla specie e sostiene che la sola appartenenza biologica ad una specie diversa da quella umana non giustifichi eticamente il diritto di disporre della vita, della libertà e del lavoro di un essere senziente” (fonte: anarcopedia).

In questi ultimi anni l’antispecismo sta diventando sempre più parte integrante del discorso decostruzionista queer e femminista, grazie all’apporto critico di Rahbek Simonsen, Adams e Botteghi, tra altr*.

Rahbek scrive:

Veganismo e teoria queer sono compagni di strada, poiché entrambi sviluppano una critica alle spinte sociali normalizzanti.

I queer e i vegani ri-assegnano o negano schemi di esistenza che, nella maggior parte dei casi, dipendono dalla corporeità, che viene depotenziata e sottoposta alla presa di classificazioni sociali e culturali che decidono che cosa un ‘buon’ corpo debba fare, come debba apparire e che cosa debba desiderare.

L’alleanza fra queer e vegan proposta da Simonsen non è un semplice matrimonio di interesse o una sintesi superficiale tra istanze di cambiamento: si tratta, al contrario, di un rapporto da perseguire fino alla deflagrazione delle architetture su cui l’umano si è eretto. Qui è in gioco, né più né meno, il compito di destabilizzare l’idea stessa di categoria, a partire dallo scandalo che si realizza ogniqualvolta una persona si rifiuta di cibarsi di animali o di sottostare alle regole di genere, dichiarandosi in tal modo una forma-di-vita critica e creativa. I risultati di queste prese di posizione è dirompente proprio perché non mirano alla costituzione di nuove identità ‘forti’ (‘il vegano’, ‘il queer’), ma alla produzione di soggetti fluidi, complessi, e – per definizione – in divenire. In altre parole, ‘queer non è soltanto un’altra identità che può essere aggiunta a una lista di ordinate categorie sociali, né la somma quantitativa delle nostre identità. Piuttosto, è la posizione qualitativa di opposizione alle rappresentazioni di stabilità – un’identità che problematizza i limiti gestibili dell’identità. Queer è un territorio di tensione, definito contro la narrativa del patriarcato bianco-etero-monogamo, ma anche in base a un’affinità con tutti coloro che sono marginalizzati, oppressi e considerati l’Altro. (Anonymous Bastards, 2011)

Impariamo a mangiare secondo modalità che prevedono un addestramento all’insensibilità verso la tortura fisica e psicologica, il dolore, la paura e l’uccisione degli animali non umani.’ (Dell’Aversano). Ciononostante, dal punto di vista della società carnivora dominante, il veganismo è considerato strano, anzi queer. Diventare vegani è una risposta diretta ai meccanismi retorici della società antroponormativa ed è quindi indissociabile dai più recenti sviluppi (o riformulazioni) della teoria queer.”
Lo straniamento (queering) del veganismo implica ‘un incessante scardinamento di ciò che viene dato per scontato e la sistematica violazione di ciò che è considerato familiare.’ (Giffney e Hird).

L’aspetto così radicalmente disturbante del veganesimo queer è la sua capacità di ‘provocare infelicità rivelando le cause della stessa’ (Ahmed). Rifiutando i prodotti di origine animale, rendiamo più difficile agli altri ignorare ciò su cui si fonda il loro appagamento culinario: la brutalità dell’industria di sfruttamento degli animali e la loro complicità nella morte di milioni di non umani. Non è facile rimanere felici una volta posti di fronte a tale soverchiante sofferenza. Diventare vegani significa imparare, dovunque e sempre, a sfidare e a negare le norme dell’antropocentrismo.

Le relazioni tra politica e pratiche machiste e profondamente misogine, nonchè il calzante parallelismo tracciato tra sfruttamento animale e sfruttamento del corpo della donna, si possono rintracciare nel discorso critico della statunitense Carol J. Adams.

Di seguito un esempio della “politica sessuale della carne”:

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Per approfondire:

Relazioni o dominio? La convivenza tra le specie – Egon Botteghi, Intersexioni

Il potenziale queer del veganismo – Egon Botteghi, Intersexioni

Manifesto queer vegan, Rahbek Simonsen

The Sexual Politics of Meat, Carol J. Adams

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