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scuolaDopo aver incontrato circa 800 studenti di 10 scuole della bergamasca, Bergamo contro l’omofobia ha cercato di tirare le somme di un lavoro che quest’anno ci ha richiesto molte energie ma che, allo stesso tempo, ci ha ripagato di tutto l’impegno e la fatica spesi per riuscire a entrare in tutte le scuole della bergamasca in cui siamo stat@ invitat@.

Di seguito potete trovare due contributi scritti di due nostri volontari, due testi che hanno il potere di condensare in poche righe tutto ciò che è stato per noi un anno di progetto scuola e che speriamo possano spronare voi che ci leggete ad accompagnarci in questa esperienza. Perchè ne vale davvero la pena.

Credo che il bello del mio lavoro sia proprio questo: ogni giorno, nel confronto con una massa di adolescenti, oltre ad insegnare qualcosa ho la possibilità di imparare e scoprire cose nuove. Mi chiamo Fabio, ho 40 anni e sono un insegnante. Ed è vero che spesso mi capita di uscire da una classe e pensare ” anche oggi ho imparato qualcosa di nuovo!”. È altrettanto vero che altre volte il pensiero é invece quello di aver buttato un’ora della mia vita ma questo credo sia fisiologico. Alcuni mesi fa nella mia scuola si è svolto un incontro con Bco, un’associazione di cui faccio parte e che si occupa di lotta contro l’omofobia. In realtà, di questi incontri ne sono stati organizzati tanti, e non solo nella mia scuola, perché è opinione comune, all’interno dell’associazione, che per migliorare le cose si debba partire dai giovani, che rappresentano il futuro; quell’incontro però lo ricordo bene perché è stato il primo a cui ho partecipato interamente un po’ nelle vesti di professore e un po’ in quelle di volontario dell’associazione. La classe era abbastanza tranquilla ma non troppo abituata ad affrontare tematiche quali omofobia, razzismo o diversità. Ad un certo punto, durante l’incontro, Lucio, un volontario di Bco, ha chiesto ai ragazzi se avessero voglia di raccontare un episodio in cui hanno provato emozioni positive o negative nell’essere una minoranza rispetto ad un qualsiasi argomento. Il primo a parlare è stato Roberto, un ragazzo albanese cresciuto in Italia: non è sempre stato facile per lui essere considerato “straniero” in una città come Bergamo in cui spesso la parola straniero è associata a qualcosa di negativo. Niente di nuovo per me che già diverse volte in passato avevo affrontato questo argomento con lui e niente di nuovo per la classe con cui lui si era già aperto. Subito dopo è intervenuto Luca, un ragazzo un po’ insicuro di origine campana, e ha raccontato la sua sofferenza nel sentirsi continuamente preso in giro dai compagni di classe con frasi del tipo:” ma la maglietta non la cambi mai?” O “si vede che sei un terrone”; Le cose dette da Luca mi hanno colpito molto; forse per il fatto che mai nei 2 anni in cui ho lavorato con questo gruppo mi sono accorto di questa sofferenza. O forse perché in un attimo sono tornato indietro di 25 anni, a quando ero io l’adolescente terrone che si vergognava di esserlo e che cercava di evitare che si sapesse. Era quello un periodo in cui i meridionali erano visti come il male assoluto, un pò quello che oggi sono i migranti. Ogni tanto in famiglia ricordiamo col sorriso la vicina che parlando di noi diceva:”sono meridionali, ma ( nonostante questo ) brave persone!” Mentre Luca parlava, ho guardato negli occhi i suoi compagni di classe e in alcuni vi ho letto vergogna; avevano ferito un loro compagno e ne stavano pagando le conseguenze. In quel momento ho sentito che stava succedendo qualcosa, che il nostro essere li aveva un senso. Adesso, a distanza di mesi, mi chiedo: avranno riflettuto su quello che hanno sentito quel giorno? Avranno smesso di comportarsi in quel modo? Sinceramente non lo so ma la speranza che questo incontro abbia toccato i ragazzi quanto ha toccato me è ciò per cui voglio proseguire in quello che facciamo.

Fabio

L’odore

Se penso ai miei incontri con ragazzi delle superiori, mi torna sempre in mente questa canzone. Questa canzone me l’ha regalata DET Det è un ragazzo albanese di sedici anni, l’ho incontrato durante uno dei miei lavori, DET si chiama Damiano e un giorno è arrivato e mi ha detto un po’ incazzoso, che se volevo capirci qualcosa di lui, allora dovevo ascoltare questa canzone.

Da allora per me è legata a lui, e a tutti i bambini sperduti che incontro lungo il cammino. Tanti, tantissimi bambini sperduti, in questo anno di gruppo scuola.

Ti guardano un po’ perplessi, non se la tolgono la giacca, hanno le braccia incrociate mentre prendono posto . Ci scrutiamo, ci annusiamo come animali di specie diverse. All’inizio è così, ci si annusa, si sente l’odore dell’altro, si capisce se è un pericolo o si può camminare un po’ insieme senza ferirsi.

Le ferite, quelle sono aperte.

Esposti, i bambini sperduti e le bambine sperdute.

Alcuni non la smettono di annusarti per tutte le due ore. Altri ti annusano per 5 minuti e decidono che CI STA, CI PROVO A FIDARMI DI QUESTI QUATTRO PAZZI- madonna ma quanto sono strani oh.

Altri ti annusano e annusano il pericolo, e la giacca non se la tolgono, fino alla fine. Altri sentono odore di possibile lotta, odore cattivo, poi cambiano idea, e magari alla fine si fermano a chiederti una cosa. Che l’odore di specie rivali non è mica solo quello degli strani tipi che vengono a parlarti di omofobia, l’odore di specie rivali è ovunque, è nei tuoi compagni, è nella scuola dove sei seduto ora, è nell’insegnante che alza lo sguardo ogni tanto nell’angolo, a volte anche in te stesso, perchè in te stesso convivono diverse specie.

Se dovessi scegliere una parola per questi mesi di gruppo scuola sarebbe decisamente ODORE.

Perchè l’odore è sotto pelle, perchè è tutte quelle cose che non si vedono eppure circolano, sono i blocchi e i sorrisi, sono la voce che usi e il modo in cui guardi, da una parte e dall’altra, sono il cerchio di sedie e il mandarino usato come pallina, sono i silenzi in cui è difficile restare, le parole che possono diventare grovigli oppure sciogliere interi gomitoli. L’odore è il ragazzo di Dalmine che dopo che ho parlato del mio coming out allontana la sedia, ma poi gli chiedo “E’ cambiato qualcosa?” e lui si riavvicina, ci guardiamo, e restiamo accanto.

L’odore è l’insancabile annusare che ancora ci spinge anche nella fatica, a non metterci deodoranti e profumi, ma a dire “ Noi abbiamo questi odori qua, voi che odori avete?”

E magari te ne esci dall’aula e pensi “Io l’odore di queste due ore proprio non l’ho afferrato”, ma poi l’odore arriva, magari tempo dopo, magari quando sei in giro in motorino o in camera tua disteso sul letto, ti ricordi una cosa e dici “ecco, l’odore che aveva!”. L’odore a volte sta in un gesto, a volte anche in una non-presenza, di quelli che guardano e guardano senza dire parole. A volte sta nei suoni, come nella canzone che DET mi ha regalato, perchè quello era il suo modo di dire

“io sono questa roba qua. Se ti va, annusa.”

L’odore è imparare che tutti gli odori sono buoni, anche quelli che ci hanno insegnato che sono cattivi, ma forse era solo un problema di chi non sapeva come annusare.

Lucio

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