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Report intervento It’s ogay to be gay presso l’istituto superiore Giulio Natta

Operatori e tirocinanti : Alberto, Elena, Jake e Adele

L’intervento è stato realizzato in una giornata di cogestione, grazie a un aggancio interno che ci ha permesso di metterci in contatto con il comitato studentesco il quale a sua volta ha proposto l’attività alla presidenza che ci ha dato il via libera. Il lavoro si è svolto nell’aula 1p. L’orario concordato era 8.30-11.30. Di fatto però l’intervento si è concentrato dalle 8.45 alle 10.30 per ragioni a noi ignote e apparentemente legate alla prassi dell’appello.

Alle ore 8.30 erano presenti in aula 7 studenti (3 maschi e 4 femmine) con i quali abbiamo organizzato lo “spazio” predisponendo le sedie in cerchio e distribuendoci tra di loro in modo casuale e distanziato.

Abbiamo poi indicato le regole per partecipare : 1. Il rispetto delle idee delle persone; 2. Il rispetto delle persone.

Abbiamo quindi presentato la nostra associazione chiedendo se qualcuno già la conoscesse o ne avesse sentito parlare. Se conoscevano il significato della sigla. È emerso che un paio di ragazze la conoscevano per aver partecipato a delle manifestazioni di Rompiamo il silenzio. Mentre la maggior parte non ne aveva mai sentito parlare.

Abbiamo poi chiesto quali erano le motivazioni che li spingevano a partecipare alla sessione. Alcuni hanno riposto “per curiosità” alcuni perché avevano amici omossessuali e volevano avere maggiori informazioni, una ragazza ha esplicitamente dichiarato la propria omosessualità. Era comunque evidente che l’interesse era sentito.

Successivamente abbiamo iniziato le presentazioni tramite il lancio della pallina. Abbiamo chiesto ai ragazzi: il nome, film preferito, passione. Elena riportava sulla lavagna le risposte.

Durante l’attività abbiamo subito approfittato per ampliare i discorsi, agganciandoci ai diversi spunti offerti dai loro contributi, in direzione di alcune tematiche LGBTQI. Per capire quale fosse il mood generale delle persone rispetto alla tematica, quali i punti di partenza.

Successivamente per rompere il ghiaccio abbiamo proiettato un video sollecitando proprio il tema della “visibilità delle persone omosessuali” e del loro “spazio” nella società.

Al temine del video si è aggiunta al gruppo una professoressa di Tecnica interessata all’argomento perché a conoscenza di persone omosessuali .

La professoressa si è presentata seguendo le regole e ha dichiarato che dal suo punto di vista “anche gli omossessuali sono persone simili alle altre, alcune sono anche intelligenti”.

Da qui abbiamo sviluppato i concetti di accettazione delle persone omosessuali in ambito civile chiedendo cosa fosse per i ragazzi considerato accettabile e cosa invece era ai loro occhi inaccettabile da vedere e condividere in spazi pubblici.

Le idee sono state diverse e in contrasto. Mentre per alcuni è considerato normale contemplare la visione ad esempio di due omossessuali che si baciano in pubblico, per altri, specialmente uomini, alcuni atteggiamenti andrebbero caldamente rinviati alle mura domestiche. Anche tra le persone omossessuali, una ragazza nello specifico, è emerso un certo “fastidio” all’idea di dimostrare il proprio affetto in circostanze pubbliche sia questo un affetto gay che etero.

È poi emerso, da un ragazzo, il concetto di “scelta” di assumere comportamenti espliciti in modo deliberato e senza effettiva giustificazione. Infatti dal suo punto di vista non è assolutamente necessario che gli omossessuali si “dimostrino”, basterebbe che si trattenessero e vivessero la propria affettività in privato.

A questo proposito Aberto ha riportato la propria esperienza di un Pride in cui per la prima volta un ragazzo aveva potuto esprimere il proprio orientamento sessuale in pubblico, tenendogli la mano per le vie della città. Questa testimonianza è stata riportata proprio per sottolineare la condizione delle persone gay nella nostra società e far emergere la cifra di sofferenza che ogni persona porta nel non poter essere libero.

Abbaiamo poi chiesto ai ragazzi se avessero mai partecipato a un Pride e cosa ne pensassero.

Nessuno vi aveva mai preso parte e alcuni avevano un idea legata molto a un esibizionismo ingiustificato che li disturbava. Un esibizionismo che per alcuni altri era invece una buona occasione per esprimere se stessi.

Quindi abbiamo parlato della necessità del coming out per vivere serenamente in un contesto e di quanto questo sia stato per alcuni difficile. Ognuno di noi volontari ha parlato della propria esperienza privata .

Nel frattempo altre 5\6 persone si sono aggiunte al nostro gruppo. Al temine di questa sessione cii sono stati 5 minuti di pausa. Al rientro i ragazzi erano ancora aumentati, abbiamo raggiunto la ventina.

Ci siamo quindi divisi in 2 gruppi, gestiti rispettivamente a Alberto e Adele il primo e Elena e Jake il secondo, con l’obbiettivo di inscenare due coming out.

Dopo 15 minuti di lavoro i gruppi si sono alternati nella messa in scena.

Alcuni ragazzi nella preparazione si sono dimostrati più timidi, altri hanno invece tirato fuori la loro esuberanza e creatività.

Lo scopo era chiaramente quello di indurli a vivere in prima persona, in contesti pubblici e famigliari, con ruoli diversi e quindi con prospettive diverse le questioni di cui avevamo parlato.

Abbiamo concluso l’attività passando il nostro testimone a ciascuno di loro. Chiedendogli di aiutarci nel quotidiano a affrontare le questioni legate alla discriminazioni e ai disagi che persone a loro più o meno vicine potrebbero incontrare essendo omossessuali e etichettate quindi come diverse. Oltre ad averli invitati a partecipare alle nostre iniziative e a seguirci sui vari canali che mettiamo a disposizione. Ringraziandoli in fine per l’attenzione e la collaborazione.

Al termine di tutto una ragazza ha poi colloquiato individualmente con Elena.

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