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Il silenzio è stato rotto

Sabato 18 gennaio si è svolto a Bergamo il primo corteo antiomofobo e antifascista della città, che ha visto per la prima volta manifestare insieme le associazioni LGBT locali e la Rete antifascista bergamasca, capeggiata dal centro sociale Pacì Paciana e dal circolo anarchico Underground, tra gli altri. La presenza di più di 300 persone e l’adesione di più di quaranta associazioni culturali, educative e politiche ha testimoniato quanto questa città abbia voglia di fare e quanto abbia da dire, opponendosi a suon di fischietti, musica e contenuti al silenzio omofobo di gruppetti che al sabato pomeriggio non hanno niente di meglio da fare che disseminare falsità ai cittadini, affermando che una legge contro l’omofobia causerebbe loro il carcere nel momento in cui dovessero esprimere un’opinione contraria a quella della fantomatica (ed utilissima, a quanto pare, dato che non abbiamo uno straccio di diritto) lobby gay, dimostrando così tutta la loro ignoranza in merito all’articolo 21 della nostra Costituzione e al significato del Codice Penale italiano. Parlando tanto di famiglia, non sarebbe più consono accompagnare la prole al parco, leggere loro dei libri, portarli a sciare sulle Dolomiti o fare una gita a Venezia invece che sprecare il proprio tempo libero odiando il prossimo e insegnando questo ai propri figli?

La libertà che questi individui professano, praticando populismo spicciolo per intortare le frange più ignoranti della popolazione – creando a tavolino finti pseudomosessuali che si dicono contrari ai diritti degli omosesusali (sono lesbica ma mi fa schifo la vagina!, non fa una piega) – è quella di discriminare le famiglie LGBT negando loro il diritto stesso di esistere, come si evince dal volantino che diffondono durante le loro veglie omofobe. “Proteggere i bambini”, si legge… Come a sottolineare che la comunità LGBT faccia loro del male. Affermazioni discriminatorie che, in uno stato fondato sui diritti, porterebbero a delle conseguenze legali molto serie, ma che in Italia sono tutelate dalle istituzioni e da testate del calibro circense dell’Eco di Bergamo, che invece di informare fomenta la disinformazione e accende la miccia della discriminazione, avallando posizioni fondate sulla menzogna. Più di 100.000 bambini, figli dell’amore tra persone dello stesso sesso, necessitano infatti di essere protetti, ma non certo dai loro stessi genitori, come credono i sopracitati gruppetti omofobi, bensì da gente che non fa altro che discriminarli credendo di avere la verità in tasca.
Bergamo ha finalmente dimostrato che non ci sta, che la lotta per i diritti civili è una lotta comune – e il passaggio per la via-simbolo di Bergamo, via Quarenghi, l’ha evidenziato. Tutti colorati, tutti bagnati, uniti sotto una pioggia incessante e battente – ma in un certo senso anche estremamente liberatoria – abbiamo rotto il silenzio, schierandoci dalla parte giusta della storia, quella che il conservatorismo inetto e ottuso ha sempre cercato di soffocare con scarsi risultati, come le centinaia di battaglie vinte in tutti questi secoli hanno ampiamente dimostrato. Il Medioevo è finito da un pezzo, forse è ora di aggiornarsi: la società cambia, cambiano le persone che la compongono, i modelli familiari non tradizionali aumentano ed è ora di farsene una ragione, non tanto per il vostro egocentrico interesse, quanto per garantire il benessere di chi dipende dall’amore di un genitore, siano essi omosessuali, transgender, queer, eterosessuali, intersessuali, single o divorziati. Perché ormai è chiaro anche ai sassi: è l’amore che crea una famiglia.

Bergamo contro l’omofobia

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Foto: Emme Erre

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