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A causa delle numerose critiche che continuo a leggere sul web, mi trovo nuovamente costretta a dire la mia su La vita di Adèle (perdonatemi se continuo a mettere l’accento grave sul nome francese, è che la traduzione italiana di un nome proprio mi dà un’orticaria linguistica indescrivibile), questa volta in relazione al graphic novel di Julie Maroh, da cui è stato tratto il film in questione. “A che pro continui a tartassarci?” direte voi. Beh, per il semplice fatto che non sopporto che il primo film completo sotto ogni punto di vista realizzato sul genere venga in continuazione bistrattato o, peggio ancora, paragonato (in negativo!) ad agghiaccianti pellicole come Bound, Lost and Delirious, When Night is Falling e via dicendo, che dell’abilità cinematografica mostrata da Kechiche non hanno nemmeno l’ombra (Céline Sciamma, un’altra francese, costituisce l’eccezione).

Nel momento in cui le critiche a cui potersi appigliare per smontare senza successo una pellicola tecnicamente inappuntabile e contenutisticamente molto piacevole e ben realizzata – tra cui quelle elencate nel precedente articolo  – si sono esaurite, si è giocata la carta del confronto tra l’opera di Kechiche e il romanzo grafico a cui si è ispirato, affermando che, ovviamente, il film non ha nulla del romanzo, che Kechiche l’ha rovinato e chi più ne ha più ne metta.

Ma proviamo a entrare più approfonditamente nella questione, partendo dal presupposto che cinema e letteratura sono due arti estremamente diverse realizzate attraverso due mezzi altrettanto estremamente diversi. È necessario evitare di confondere tra loro due mezzi che possono spesso completarsi a vicenda, ma mai annullarsi rispettivamente, poiché fondati su concezioni artistiche e presupposti tecnici differenti. Una premessa, questa, che trovo necessaria al fine di poter apprezzare con mente libera da pregiudizi le opere originali e i loro rispettivi adattamenti, evitando confronti banali e noiosi basati esclusivamente sul mezzo in quanto tale (in cui il film, guarda caso, ha sempre la peggio). A questo proposito trovo spesso fuorviante e criticamente poco stimolante quando qualcuno esordisce con “ma il libro è molto più bello”: ci troviamo di fronte a due cose diverse, due modalità della rappresentazione trasversalmente opposte, la prima basata sulla narrazione a parole, la seconda sulla potenza delle immagini, una differenza che una mente critica dovrebbe riuscire a riconoscere per poter esprimere un giudizio completo e intelligente.

Alla luce di quanto appena puntualizzato, credo sia possibile definire il graphic novel come il tentativo artistico d’incontro tra il mezzo cinematografico e quello letterario (non a caso lo storyboard in fase di sceneggiatura ne ricalca lo stile), in cui il visivo si impregna del narrativo e viceversa.

Ho trovato Il blu è un colore caldo un testo interessante – i disegni sono molto belli, così come l’uso variato dei colori – e credo che Kechiche – che nonostante le variazioni e dilatazioni ne mantiene il nocciolo centrale per rielaborarne i contorni con abilità registica – non si sia distaccato così tanto dal libro come alcune vogliono far pensare per tentare di avallare la propria tesi del “getta fango sempre e comunque”. La storia presentata dal graphic novel è molto più semplice, più diretta (proprio perché supportata dalle didascalie, che invece Kechiche rifiuta di usare, affidando anche le emozioni più imperscrutabili alla macchina da presa, al potere dell’immagine e alla bravura di Adèle Exarchopulos, come solo il grande cinema sa fare, e non a una voce narrante in prima persona o extradiegetica), ma direi soprattutto più ingenua e infantile. Insomma, la distanza di età che allontana la Maroh da Abdellatif Kechiche emerge chiaramente e si sente. Ma questa non è che una ulteriore nota positiva che dimostra come due opere possano essere così uguali e allo stesso tempo così diverse fra loro a causa di una lunga serie di fattori, che vanno dall’età all’etnia, dal ceto sociale all’educazione ricevuta.

Le scene di sesso ci sono anche nel graphic novel, solo che sono più contenute – direi quasi trattenute da un senso di imbarazzo che le condiziona pesantemente, trasformandole in un’innocente profusione di tenerezza desessualizzata – non danno certo quell’effetto di prorompente liberazione in cui ci fa precipitare il tanto contestato Kechiche. Un conto è ritrovarsi nell’intimità del proprio salotto e osservare due ragazzine che fanno un amore dolce tra le pagine di un libro, un conto è vedere sul grande schermo in Dolby Surround circondati da un’altra sessantina di persone di tutte le età due donne che fanno dell’esplicito sesso lesbico – anche loro con molto molto amore, in realtà, ma forse è più facile imporsi di non vederlo, questo amore  – finalmente, e per la prima volta, nel vero senso della parola. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a due visioni diverse della stessa tematica, dove l’una non prevarica l’altra, ma, al contrario, l’arricchisce di un senso nuovo e di una rilettura interpretativa differente.

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Chi vuole leggersi il graphic novel o vuole vedersi il film senza incappare in ulteriori spoiler, chiuda ora questa pagina.

Ho trovato più maturo, studiato e sorprendentemente fuori dai cliché che gravitano sul cinema a tematica lesbica il finale di Kechiche rispetto a quello della Maroh. Il primo, infatti, lo lascia aperto, lo lascia blu, lo intensifica senza giocare sull’effetto tragico che, al contrario, è quello prediletto dalla Maroh, che fa morire la sua protagonista in modo abbastanza naïve e un po’ ridicolo, se vogliamo dirla tutta. In questo caso “l’uomo arrapato e guardone” batte la lesbica uno a zero, dando la possibilità alla sua distrutta, annullata e svuotata Adèle/Clémentine di ricominciare avvolta nel blu, senza condannarla, come fa Maroh, all’espiazione pseudocattolicizzante del suo lesbismo e della sua omofobia interiorizzata attraverso la morte (un espediente letterario che era molto in voga in epoca freudiana, quando le donne lesbiche subirono passivamente l’influenza omofoba dei sessuologi che paragonavano l’omosessualità a una malattia. Molte di queste scrittrici, annaspando nel senso di colpa, facevano così morire le loro protagoniste lesbiche in una fantomatica ottica catartica).

Kechiche trasforma i disegni di Maroh in puro cinema dello sguardo, focalizzandosi sui primissimi piani di Adèle/Clémentine e rendendo alla perfezione il senso di solitudine, di vuoto, di paura e di disorientamento che la giovane scrittrice comunica in modo diverso, ma altrettanto coinvolgente, nel suo lavoro. In questo caso il connubio tra arte cinematografica e romanzo grafico si realizza a pieno, i confini sbiadiscono e le due opere si impregnano l’una dell’altra, arricchendosi a vicenda. Ho provato la stessa sensazione per quanto riguarda le scene ambientate al parco: il cuore che batte veloce ma silenzioso riesce a emergere dalla carta stampata così come dallo schermo, riassumendo e concretizzando una serie di sentimenti complessi, pieni e positivamente devastanti in un solo disegno o in una sola inquadratura/movimento di macchina.

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Che Kechiche non abbia rappresentato in modo approfondito l’omofobia interiorizzata di Adèle e quella della sua famiglia è un’affermazione abbastanza veritiera se si vuole paragonare a tutti i costi questo aspetto del film con il graphic novel (nonostante siano presenti numerosi accenni all’interno del film oltre alla lite con le compagne di classe e alla paura che i colleghi scoprano che convive con Emma, solo che sono suggeriti dalle immagini e non dalle parole, come è giusto che sia all’interno di un mezzo non letterario). Ma La vita di Adèle non è un film sui diritti della comunità lesbica o sull’omofobia, e il titolo, a questo proposito, non inganna: questo è un film su Adèle. È un film di emozioni irrazionali, di sguardi, di sofferenza, di vuoto, di amore, di pelle e sudore, di respiri e rossore, di labbra, di sensi, di gemiti di piacere e singhiozzi disperati, di pienezza esplosiva e di perdita. È un film che indaga in silenzio il delicato ma assordante rumore che fa una ferita quando si apre nel cuore e da cui il blu sgorga in tutta la sua potenza come fosse sangue.

E qui ritorniamo alla questione della scappatella etero che a molte donne lesbiche non è andata proprio giù, ma che – ahimè! – purtroppo succede anche nella vita reale. La cosa che mi ha sorpreso e che francamente non mi aspettavo è che questo elemento compare anche nel graphic novel. Quindi, facendo due conti basandomi su quanto leggo in giro, se un regista maschio rappresenta il tradimento etero stigmatizzandolo a più non posso in quanto errore dettato da omofobia interiorizzata e paura di perdere il grande amore (se dovessi contare le cazzate che ho fatto io per poi perderlo in ogni caso, il grande amore, questo articolo non finirebbe più), nonché causa principale dell’infelicità di Adèle, è eterosessista, fallocentrico e vuole riportare le povere lesbiche perdute sulla retta via. Ma se una giovane scrittrice dichiaratamente lesbica fa la stessa cosa, il decalogo della lesbica perfetta non subisce alcun tipo di alterazione, tutto rientra nella norma. E io mi domando: perché? Non tutte le donne che si scoprono lesbiche, soprattutto quelle che vivono l’omofobia interiorizzata, hanno il coraggio di seguire la loro strada e di essere sincere verso se stesse, alcune si perdono per poi ritrovarsi, come nel caso di Adèle (tra un misto di paura, disorientamento dato da un amore inaspettato, improvviso e prorompente, la mancanza di attenzioni di Emma durante il periodo della convivenza, la necessità imposta dalla società di sentirsi ‘normale’), altre, invece, preferiscono fare finta di nulla, cancellare il passato con viltà e intraprendere un altro percorso all’insegna della ‘normalità’ (attenzione, non parlo di bisessualità, ma proprio di negazione del proprio lesbismo). Cosa che non avviene né nel graphic novel, né nel film di Kechiche. Pertanto continuo caparbiamente a trovare l’esempio di Adèle un esempio positivo: nonostante tutto è il blu il suo colore, è Emma la sua vita, e il finale di entrambe le opere su questo non transige.

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In conclusione, credo che Kechiche abbia interpretato in modo molto interessante le pagine de Il blu è un colore caldo, rispettandone in tutto e per tutto lo stile e l’assetto, dilatando o apponendo cesure dove lo riteneva più consono al fine del suo personale adattamento cinematografico e dell’espressione piena del suo stile, aggiungendo un valore in più – quello sguardo adulto incollato alla psiche, all’intimità, agli sguardi e al bisogno di saziarsi d’amore che nutre Adèle/Clémentine – a un’opera già affascinante in origine, senza toglierne nulla. Dal canto suo il graphic novel della Maroh costituisce un esperimento visivo molto bello e coinvolgente, che, pur giocando molto sull’elemento tragico, non toglie niente all’armonia di quanto ci viene raccontato dalle immagini. Queste due opere si completano e interagiscono fra loro, pertanto non andrebbero lette e interpretate in opposizione, ma, appunto, in pieno connubio. Infine, se siete interessati a intraprendere il favoloso cammino del graphic novel, non posso fare altro che consigliarvi la lettura di Fun Home e di Dykes to Watch Out For di Alison Bechdel (inerenti al tema lesbico) o l’adattamento di Mazzucchelli di City of Glass di Paul Auster.

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Commenti su: "Il blu è un colore caldo: dal graphic novel al film" (1)

  1. […] A questo proposito, mi viene da domandarmi se queste donne – Julie Maroh compresa, autrice DEL graphic novel (esatto, si scrive al maschile, non al femminile) da cui è stato tratto il film – abbiano mai […]

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