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blue2In seguito alle polemiche sorte in merito all’ultimo film di Abdellatif Kechiche, La vita di Adèle (qui la nostra recensione) – ma soprattutto al fine di rielaborare quanto visto con più tranquillità attraverso una seconda visione in solitaria più approfondita – sono tornata a cl cinema per rivedermi la pellicola. E, non senza una nota di amarezza, non posso fare altro che confermare il mio dissenso verso tutte le donne lesbiche che stanno cercando in ogni modo di distruggere, umiliare e criticare aspramente questo film. Prima di tutto La vita di Adèle è un prodotto cinematografico, non dimentichiamocelo, ma in nessuna recensione pseudo-lesbo-femminista si fa riferimento alla interessante tecnica cinematografica di Kechiche, si parla esclusivamente di contenuti. Come se la critica odierna non fosse già infarcita di inutile contenutismo. Eppure è dalla tecnica, dallo stile e dall’uso del mezzo cinematografico che il film acquisisce il suo senso. Comprendere questo importante passaggio significa comprendere la cinematografia di un regista come Kechiche, il che permette di avere elementi interpretativi validi in mano, evitando di fare la semiotica dell’aria fritta. Il modo di girare un film è specchio di una sensibilità personale che i contenuti presi singolarmente non possono svelare.

Ma veniamo ora al nocciolo della questione, all’elemento che a tante donne lesbiche non è piaciuto: la rappresentazione delle esplicite scene di sesso tra Adèle ed Emma. Molte le hanno definite addirittura pornografiche e indirizzate al pruriginoso voyeurismo maschile. A questo proposito, mi viene da domandarmi se queste donne – Julie Maroh compresa, autrice DEL graphic novel (esatto, si scrive al maschile, non al femminile) da cui è stato tratto il film – abbiano mai visto un film porno indirizzato al genere maschile e incentrato su due “lesbiche” simulate. Ne La vita di Adèle ci troviamo di fronte a un montaggio frenetico, che segue l’incalzare della passione di Adèle ed Emma e cadele7he ben riflette il vorace desiderio delle due ragazze, con quella macchina da presa incollata come fosse sudore alla loro pelle. Un’idea di insaziabilità incontenibile che per altro Kechiche ci suggerisce a lungo nel corso della pellicola, attraverso i continui riferimenti al cibo e al piacere che prova la bocca ingurgitandolo e che, se vogliamo dirla tutta, ci rammenta in tutta la sua filmografia (prima di giudicare un regista sarebbe meglio informarsi sulle sue opere precedenti, per stabilire così una continuità di senso e individuarne la peculiare sensibilità, umana e registica). D’altronde il sesso è una passione primordiale, animalesca, nonché una profonda, totalizzante e irrazionale espressione d’amore, quindi è per sua natura carnale, corporale e ingordo, soprattutto quando è così sofferto come in questo film, soprattutto quando è Adèle stessa, fin all’inizio della pellicola, a comunicarci il suo bisogno di colmare un vuoto nel cuore e a trasmetterci in continuazione la sua fame di Emma.

Alla luce di quanto appena scritto, sfido le pseudo-lesbo-femministe sopracitate a trovare un film porno che sappia rappresentare così bene questa fame attraverso una tecnica cinematografica eccellente, una fotografia da lasciare a bocca aperta e un realismo incandescente che ha ben poco a che vedere con la banale falsità di un porno per uomini (a questo proposito, io non ci ho trovato la freddezza meccanica che descrive Maroh, né la ridicolaggine di cui parla, frutto forse di un disagio personale nei confronti del sesso esplicito in generale, soprattutto se visto in compagnia di sconosciuti sul grande schermo, tantomeno ci ho letto la realizzazione dei sogni erotici maschili – semmai la riconferma dei miei). Tra l’altro parliamo di scene che incarnano l’unico e possibile svolgimento del film, proprio come ci suggerisce l’impostazione cinematografica della pellicola: la necessità di saziarsi finalmente si compie ed esplode in tutta la sua violenza nelle infinite scene di sesso. Troppo lunghe? Il tempo cinematografico è una costruzione fittizia basata su delle ellissi temporali artificiali, pradele3oprio perché è quasi impossibile condensare la vita reale nei tempi imposti da un film, ma alcuni registi ce la fanno e uno di questi è proprio Kechiche – al pari di grandi nomi tra cui Gus Van Sant, con i suoi tempi diluiti, rallentati e sospesi fino all’inverosimile, così tanto che il reale varca i confini del surreale diventando iperreale (a questo proposito consiglio la visione di Gerry e di Elephant, ma anche della filmografia di David Lynch) o delle contemporanee sperimentazioni nel campo delle installazioni visive. Purtroppo però, anche in questo caso, lo spettatore si focalizza totalmente sui contenuti, dimenticandosi che il tempo della fruizione ha un ruolo essenziale durante la visione di un film, soprattutto di un film come questo, che nelle sue tre ore è in grado di estendere il tempo cinematografico facendolo aderire al reale (come accade peraltro anche in Venere nera e come dimostra la sua audacia di filmare in ordine cronologico scena per scena, cosa che succede di rado, se non quasi mai, a causa dei costi altissimi e non solo) come, allo stesso modo, è in grado di applicare brutali cesure di montaggio che ci catapultano dai sedici anni di Adèle alla sua convivenza con Emma. Tra l’altro senza mai stancare, proprio perché lo stile permette al film di mantenere un ritmo serrato costante, nonostante l’occhio del regista si focalizzi sull’introspezione psicologica della sua protagonista attraverso gli insistiti primi e primissimi piani e non su un’invasione aliena o su una minaccia zombie. Film, questi ultimi, che se durassero tre ore annoierebbero e basta proprio perché carenti di quell’abilità registica che viene in continuazione messa in secondo piano – se non addirittura ignorata – rispetto ai contenuti, ma che in realtà riflette la chiave di lettura di un’opera cinematografica come questa.

Mi si conceda poi un’ultima nota sul porno: ammesso e non concesso che le scene di sesso siano caratterizzate da una nota pornografica – a detta di alcune (a me sembrano solo estremamente realistiche e coinvolgenti, non so che sesso insoddisfacente abbiano sperimentato certe lesbiche, a questo punto), cosa ci sarebbe di male? Sarebbe anche ora di rileggere la pornografia in un’ottica femminile, riappropriarci di tali contenuti e dar loro la forma e il senso adeguati al nostro piacere, non più a quello esclusivamente maschile, per altro basato su immagini ingannevoli, fallaci e menzognere (ma contenti loro…). Cosa hanno di così diabolico le sculacciate sulle terga? Non avete mai graffiato la vostra partner nel momento dell’orgasmo? Non l’avete mai sbattuta con vemenza contro al muro? Non le avete mai bloccato le mani al letto? Qual è la differenza? Né mi sembra sia il caso di parlare di sadomasochismo come hanno fatto in molte, anche pewww.indiewire.comrché le pratiche S&M mi risultano essere ben altre, non certo due sculacciate in preda alla foga e al desiderio sessuale – cosa che non mi sembra così fuori dal mondo, men che meno motivo di scandalo, pornografia o trastullo per l’assetato sguardo maschile. Ho letto anche di gente che ha parlato di “passione sessuale esclusivamente anal-genitale” (tra l’altro di anal non c’è proprio nulla, se non una prossimità ad altri organi sessuali decretata dalla natura), forse dimenticandosi di quel meraviglioso bacio incoronato da un’esplosione solare, carico di sensualità femminile. Basterebbe leggersi un qualsiasi testo di Kate Millett – scrittrice lesbica, femminista e attivista – per ritrovare sulla carta quanto Kechiche rappresenta sullo schermo; ma lui è un uomo, quindi automaticamente gretto, volgare e distante dall’immaginario sessuale lesbico (non nego che molti siano così, ma quella volta che c’è un’eccezione, approfittiamone), mentre la Millett, che descrive le stesse identiche scene nello stesso identico modo di Kechiche, è poetica, sensuale nonchè voce della sessualità lesbica. Adèle ed Emma che “scopano come matte” (espressione che ho letto in giro e che vi ripropongo, perché di questo si tratta, è ora di limitare i tabù cattolici che abbiamo nel sangue) è la provocazione più bella che Kechiche potesse inventarsi e già me lo immagino che se la ride a crepapelle pensando ai maschi che sghignazzano in sala, alle coppie attempate che si guardano stranite schiarendosi la voce, alle lesbiche che non approvano, tutti catapultati in un senso di disagio e imbarazzo comune che aleggia per la sala (oltre a un’enorme falena che ha seminato il terrore in sala 2): liberazione, non c’è altro modo per descrivere quelle scene e il potere di rilettura culturale che portano con sé.

Ma in fondo è difficile aspettarsi critiche positive da chi basa ancora la propria ermeneutica sulle categorie di butch e femme, ormai sorpassate sin dagli anni Sessanta, o chi critica l’aspetto ludico del Pride (vorrei informarle che nel resto d’Europa e del mondo i Pride sono un’occasione di festa e celebrazione, non solo di impegno politico, solo qui dove non abbiamo diritti non abbiamo nulla per cui gioire). E poi, ancora, le protagoniste soincontrono troppo belle, devono essere dei cessi perché è risaputo che le lesbiche sono tutte sovrappeso, butch in stile anni Cinquanta, rasate, posizionate a cavalcioni su una moto mentre si grattano il dildo contenuto nei loro boxer da uomo. Fin dalla sua nascita il cinema è stato considerato un’arte profondamente legata alla ricerca della bellezza estetica, si pensi soltanto al divismo hollywoodiano (sia femminile che maschile), che ha consacrato un’intera epoca cinematografica, o ai vari Brad Pitt, Leonardo di Caprio, Nicole Kidman… Tutti dei cessi rinomati, si sa.  Ma anche senza andare a prendere dei blockbuster statunitensi – perché poi il luogo comune si sposta direttamente sulla definizione di “americanata” perché ormai fa figo definire così tutto ciò che proviene dagli USA – è raro incontrare sul grande schermo attori brutti, a meno che non si tratti di precise scelte registiche.  Persino intorno a Paul Dano si è costruito un fascino cinematografico di cui la natura lo aveva privato. E poi io di ragazze lesbiche belle come Adèle ne vedo tante in giro, solo che dato che escono dallo stereotipo della lesbica tipo vanno stigmatizzate, soprattutto se protagoniste di un film, o, peggio ancora, etichettate come femme. E poi è Kechiche che discrimina e rappresenta solo luoghi comuni.

Per concludere, trovo che la scappatella etero di Adèle non sia così traumatizzante ed eterocentrica come è stata dipinta da molte. Parliamo di una ragazza eterosessuale che si innamora follemente di una donna, ma che, come ci suggerisce continuamente il film, è confusa dall’esplosione di questo amore, nutre una certa forma di omofobia interiorizzata, non si accetta ancora del tutto, sente il peso del giudizio degli altri (all’inizio i compagni di scuola, poi i colleghi di lavoro) e cerca di capire se stessa e di colmare la distanza che Emma ha messo fra loro finendo a letto con uomo, per poi appurare che nulla è paragonabile a Emma, né sessualmente, né emotivamente, come il suo vestito blu ci ribadisce alla fine. Gli uominiadele8 sono presenze marginali in questo film, degli errori, chi vuole metterli a tutti i costi al centro della vicenda penso soffra di preoccupanti insicurezze personali, perdendo di vista i tanti pregi di un’opera maestra come La vita di Adele, perdendo di vista il centro della seconda parte della pellicola stessa, ovvero la perdita del grande amore, così ben rappresentata dai primissimi piani sul moccio disperato di Adèle, dallo svuotamento del cuore che era riuscita a riempire solo con Emma, dalla delicata tristezza perforante del suo sguardo. Chi non riesce a mettere questo davanti alla scappatella etero, nonostante la continua insistenza di Kechiche sul particolare psicologico, evidentemente non ha mai avuto il cuore spezzato e non si è mai ritrovata a svanire dietro l’angolo e ricominciare, spogliata di tutto se non dei ricordi racchiusi nel suo abito blu.

Pertanto consiglio a chi ha criticato aspramente La vie d’Adèle – bistrattando a proprio uso e consumo  anni di teoria lesbo-femminista – di tornare al cinema per una seconda visione come ho fatto io e concludo citando Mancino di CineforumWeb, quando descrive Kechiche come un regista che

cerca le forme adatte per portare la sonda intima dentro le contraddizioni e oltre la soglia di sostenibilità della visione classica e sessista, per dimostrare attraverso le modalità della rappresentazione e le sue conseguenze definitive, siglate da finali bruschi e implacabili, che il cinema contemporaneo ha ancora qualcosa da dire, sfide da raccogliere e superare.

Bizzarro  – e francamente mi duole parecchio sottolinearlo – che ci sia arrivato un uomo, mentre molte donne hanno preferito il paraocchi, i tabù e l’imbarazzo. E lo dico, ahimè, da lesbica, femminista e attivista. Quindi, quando urlate a gran voce “La vita di Adèle non ci rappresenta”, abbiate la cortesia di parlare per voi a titolo esclusivamente personale.

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Commenti su: "Decostruzione della critica: apologia di Adèle" (37)

  1. Marina ha detto:

    Bene, volevo capire le argomentazioni che hanno spinto molti ad osannare questo film.
    Ho letto abbastanza, dunque mi congedo.
    Per le/gli appassionati di cinema che volessero indagare meglio i rapporti tra produzione culturale cinematografica da un punto di vista critico meno modaiolo e conformista, suggerisco i testi di teoria del cinema di De Lauretis (http://it.wikipedia.org/wiki/Teresa_de_Lauretis), e di Laura Mulvey (http://www.treccani.it/enciclopedia/laura-mulvey_%28Enciclopedia-del-Cinema%29/).

    Buone letture e buone visioni… à tout le mond!

    • Paolo1984 ha detto:

      le teorie di laura mulvey le conosco e mi lasciano parecchio perplesso se devo essere considerato modaiolo e conformista per questo me ne farò una ragione

  2. Marina ha detto:

    Mi duole discostarmi dal coro di osanna, ma sono tra coloro che hanno rimpianto lo sperpero dei pochi euro pagati per la visione di questo film.

    Puntualizzazioni necessarie: Kate Millett è citata piuttosto a sproposito a supporto di questo articolo (in merito alla narrazione della sessualità lesbica). Millett infatti è una donna che rivendicò per sé l’identità bisessuale, e non quella lesbica, ben più problematica. Il libro a cui l’autrice dell’articolo fa riferimento, Sita, più che un libro sulla passione sessuale tra due donne è un libro sulla dipendenza e sulla sofferenza di Millett la cui vita è caratterizzata dalla difficoltà ad accettare le responsabilità socio-politiche dell’identità lesbica (argomento esplicitamente affrontato da Millett stessa nei suoi libri).

    Mi permetto peraltro di non condividere tanta apologia e così sperticati elogi sul film in questione, che sembrano fondarsi più sulla conferma di superate equazioni psicanalitiche (“sesso=cibo=passione ingorda” …Ancora!? Ma insomma, la critica cinematografica poststrutturalista ha superato di gran lunga tutto questo e qui ci si attarda ancora su questi schemini?)
    che su un esame effettivo della tecnica cinematografica del regista (che invece avrei molto gradito).
    Quando ad esempio parli della sapienza della tecnica cinematografica del regista di questo film non dài degli elementi ma sostanzialmente dici che quelle immagini ti rappresentano e ti piacciono e che ti hanno coinvolta.
    Bene, buon per te, ma avrei voluto che delineassi meglio quegli elementi tecnici che decanti, perché dai tuoi due articoli non vengono fuori.

    Stenterai a crederci ma ci sono persone che sono state annoiate da questo film.
    Troppo facile definirle “bigotte”, “ideologizzate”, …o chissà che altro.
    La noia è ancora una questione seria, apre un discorso sulla prospettiva di senso e sul punto di vista soggettivo.

    • Non parlo della Millett saggista, infatti, ma della sua descrizione dei rapporti sessuali con Sita, che, nel caso specifico, hanno ben poco di bisessuale. Non parlo nemmeno della componente socio-politica dell’identità lesbica, ma dell’aspetto narrativo che dipinge ad arte la sessualità lesbica vissuta da Millett. Di etichettarla come bisessuale o lesbica, poi, mi importa davvero poco, a quello ci pensava lei. Non ho allargato apposta il discorso, l’ho lasciato su un piano di suggestioni evocative in relazione alle scene di sesso tanto criticate. In origine volevo citare i passaggi proprio per evitare una polemica del genere, ma poi ho desistito per non appesantire troppo la lettura. Ora me ne pento.

      Non si tratta di equazioni psicanalitiche, ma, anche in questo caso, di suggestioni visive, di continui richiami cinematografici alla memoria dello spettatore attraverso il cibo, che, con l’esibizione del corpo, è anche il filo rosso che lega i precedenti lavori del regista (questa, per esempio, è tecnica cinematografica, come ho ripetutamente sottolineato). Indi per cui, secondo me, parli a sproposito di poststrutturalismo, relegando così in secondo piano il potere delle immagini e l’effetto collante che ricoprono nel corso della pellicola.

      Ho parlato di tecnica cinematografica fin dal primo paragrafo dell’articolo (panoramica in soggettiva, montaggio delle scene di sesso, primi e primissimi piani, struttura dei finali aperti, ellissi temporali e narrative), se poi credi che l’aver descritto l’effetto di un primissimo piano sia una questione soggettiva di “immagini che ti rappresentano e ti piacciono e che ti hanno coinvolta” allora dimostri di non sapere come nasce, si sviluppa e si caratterizza il primissimo piano nella storia del cinema e confondi un’opinione personale con il significato che ha a livello cinematografico la scelta di girare su primissimi piani. Non ci sarebbe nulla di male fino a qui, se non il fatto che condisci il tutto con eccessiva boria, a parer mio, usando un fare accusatorio che non comprendo. In ogni caso dimmi dove sono stata carente in merito all’aspetto cinematografico e cercherò di chiarirti i punti in questione.

      Effettivamente stento a crederci che possa annoiare, ma è anche lecito dato che lo spettatore medio italiano è abituato alla visione di film che durano in media non più di un’ora e mezza/un’ora e quaranta. Film peraltro basati su un uso diverso delle immagini, dato che quello di Kechiche fondato sulla vicinanza della macchina da presa ai corpi può risultare eccessivo a chi ha poca voglia di abbandonarsi al potere del visivo. Chi, come dici tu, ho definito “bigotto o ideologizzato” non è stato certo definito così sulla base della durata del film, non mischiamo le cose, non ho parlato di noia, solo di durata reale e fittizia del tempo cinematografico (altro elemento di tecnica cinematografica). In conclusione, quando un film è fatto bene, mi importa poco della soggettività di chi si prende così tanto sul serio da offendersi per una recensione. Tono a parte, ho trovato le tue argomentazioni interessanti e ben strutturate, quindi rimango a disposizione per ulteriori chiarimenti.

      • Marina ha detto:

        Boria a me, ma dài…!
        Ammetto senza problemi di non essere ferrata sulla storia del primo piano (anche perchè poi non so se ti riferisci ai primi piani delle facce o a quelli, altrettanto numerosi, du cul) ma da qui a dire che chi non ha “gustato” certe scene è abituato a film di poco conto, e aver ridotto la mia NOIA a questo, la dice lunga sulla boria.
        Non voglio innescare polemiche sterili, quindi prendila in senso costruttivo: la cosa che mi ha disturbata nella lettura del tuo articolo è stato l’approccio (o il mancato approccio) alla questione della soggettività lesbica nel cinema. Ci sono tanti articoli scritti a partire dagli anni ’80 che hanno indagato a fondo, in un’ottica poststrutturalista, la questione del punto di vista politico delle immagini (ah già, ma forse a te la politica delle immagini non interessa e ti interessa solo l’estetica, quindi pardon…) e dell’occhio cinematografico. Non mi sorprende che Kechiche non ne tenga conto ma che un articolo all’interno di un blog che si chiama Bergamocontrol’omofobia non ci faccia i conti mi dà da pensare.
        [E mi verrebbe da chiedere: ma allora di cosa parliamo quando parliamo di omofobia?]
        Poi avrei tante altre cose da scrivere in merito a singole affermazioni del tuo post anche su Millett e sull’inscindibilità di forma e contenuto ma non mi va di imbarcarmi in dinamiche di botta e risposta infiniti.
        Hai avuto molti commenti positivi sul tuo articolo, qualcuno critico lo potrai pur tollerare…

      • Non ho parlato di film di poco conto, ho parlato di film di durata contenuta che fanno un uso molto diverso delle immagini, poco basate sull’aspetto del visuale (ma più sui contenuti o sulla narrazione, per farti un esempio). Spero che questo punto sia chiaro.

        Dal mio punto di vista questo è il primo e forse unico film che tratta del lesbismo in modo intelligente e probabilmente mi è piaciuto anche perché si distacca da dissertazioni di varia natura sul tema per lasciare spazio all’immagine e a ciò che può veicolare senza bisogno di parole. Non è un film sui diritti o sulla soggettività lesbica, e qui mi ripeto. E’ un film su Adèle, sulle sue emozioni, sulla forza prorompente dell’amore e della sessualità, non certo sulla comunità lesbica o sul come, dove e quando dovrebbe essere rappresentata la comunità lesbica sul grande schermo. Non ci ho trovato nulla di male su come sono state politicamente presentate le immagini, cosa ti devo dire. C’è la giusta quantità di omofobia – interiorizzata ed esterna – che non lo trasforma in un film particolarista su diritti LGBT, c’è la giusta quantità di contesto sociale che non lo trasforma in un film politico. Dici che dovrei parlarne io, della soggettività lesbica, in relazione a un film che secondo te non lo fa. Il problema è che mi sembra di averlo fatto, solo esprimendo un pensiero evidentemente diverso dal tuo.

        Sul nome e i contenuti del blog sul quale stai scrivendo ti pregherei di non esprimere giudizi affrettati legati a una semplice recensione. Trattiamo di problematiche di omofobia in modo concreto, abbiamo assistito alle peggio cose e cerchiamo di fare del nostro meglio in quanto associazione, tutte cose, queste, che prescindono da un articolo su un film.

        Non ho nulla da tollerare, anzi, come ti ho già scritto ho trovato le tue argomentazioni interessanti e ben strutturate. Fosse per me ti incontrerei davanti a una birra per continuare a parlarne con più calma. L’astio viene più che altro da parte tua e me ne dispiaccio.

      • Marina ha detto:

        Ma no, non è affatto astio. Non ti conosco, non conosco il blog, non ho letto nient’altro di tuo, ci mancherebbe. Ho solo letto e criticato un articolo che non ho condiviso perché troppo elogiativo: ho tentato di spiegare perché lo ritenevo tale. Forse per me quella “giusta quantità” di omofobia introiettata ed esterna come dici tu va dichiarata e non omessa in una recensione. Nessuno toglie a Kechiche la libertà di interpretare il lesbismo a modo suo, come nessuno ha tolto o potrebbe togliere a Leopardi la libertà di far suicidare Saffo perchè non corrisposta da un uomo. Resta il fatto che quando fin dalla prima scena l’occhio della macchina da presa inquadra le cul d’ Adèle, beh, mi sta già dando un punto di vista, e non è neutro. E se decido di scriverci su qualcosa, proprio per la specificità del mio sguardo lesbico (=che mi auguro non equivalga solo a due donne che scopano), ho il “dovere” di dirlo.
        Pensa a come un approccio “di culo” avrebbe rovinato Aimée & Jaguar, che pure è un film girato da un uomo con scene di sesso. Poi… se la lunghezza è significativa (=portatrice di senso) non ci si annoia di certo. A me piace tantissimo Tarkovskij, adoro Solaris e riesco a vederlo tante volte e a non annoiarmi quando l’attore guida all’interno della galleria per interi minuti; come non mi sono annoiata quando ho visto per intero il film muto Napoleon degli anni ’30. Ma se io individualmente non partecipo dello sguardo sessista del regista (sessista, si! perché: o mi inquadri tutti i culi, degli uomini e delle donne, o non me ne inquadri nessuno) e non partecipo nemmeno delle abbinamenti psicanalitici sesso=cibo, ci sta che al decimo culo e al decimo rigurgito di cibo agli angoli della bocca io possa annoiarmi.

      • Paolo1984 ha detto:

        quindi c’è una quantità standard di culi maschili e femminili da inquadrare per non essere etichettati come “sessisti”..(a parte che io tutti questi culi di adele inquadrati in primo piano non li ricordo, e di sicuro non erano gratuiti)..bah..ma un cineasta potrà riprendere i corpi secondo la sua sensibilità senza essere etichettato ideologicamente?

      • Marina ha detto:

        Ah ah ah, ma no, è chiaro che non mi metto a contarli ma mi sembra altrettanto ovvio dire che lo sguardo del regista era “culocentrico”. Lo trovo sessista se me lo fai solo con le donne (lesbiche e non) perchè è la trita e ritrita rappresentazione del femminile (lesbico e non): culi e tette. Santi numi, scusate, ma io da una palma d’oro mi aspetto di meglio!

      • Paolo1984 ha detto:

        inquadrare un culo femminile in sè non è sessista..è il contesto che fa la differenza e parliamo di un film d’autore non di un cinepanettone o della pubblicità di un cellulare

      • Marina ha detto:

        E’ la tua visione Paolo. E non dubito che molti altri la penseranno come te. E’ anche la visione dominante e universalmente riconosciuta valida e degna di spessore critico.
        Però ci sono anche altre visioni e altre prospettive e altri modi di vedere. “Minoritari”, “particolari” “ec-centrici”, marginali e irrilevanti dal punto di vista artistico-finanziario se vuoi, ma ci sono. E ci sono anche modi di vivere il corpo femminile e di raccontarlo in maniera meno scontata e meno prevedibile. E finché non si riesce a scardinare certe stereotipie di immagini, di ciò che si può vedere e di ciò che non si può vedere, secondo me si rimane immobili. Poi il film può piacere o meno, magari ad alcuni va a toccare alcune corde piuttosto che altre e su questo non voglio entrare nel merito. Però, ecco, non mi posso trovare d’accordo con un elogio a 360 gradi che non tenga conto dei limiti di questo film che secondo me ci sono eccome.

      • Paolo1984 ha detto:

        c’è chi dice che le opinioni sono come il culo (per l’appunto): ognuno ha il suo.
        La mia visione di appassionato di cinema è che se alla trama, alle atmosfere, all’andamento della storia serve mostrare determinate cose e se la sensibilità del regista ritiene di mostrarle deve farlo senza timore di giudizi ideologici o morali, senza dover andare “contro” per forza, insomma se ritiene di riprendere un culo, maschile o femminile, giovane, vecchio riprendilo altrimenti no..tra l’altro come ho detto non c’è stata tutta questa insistenza sul culo e il modo kechiche ha ripreso i corpi era assolutamente in linea con l’atmosfera, con l’anima del film: mai becero, mai volgare, nè morboso.
        Le scene di sesso erano sì esplicite come forse mai s’era visto prima, crude quanto intense..penso che Kechiche volesse farci sentire la carnalità della passione tra le due protagoniste e secondo me c’è riuscito

      • Paolo1984 ha detto:

        dopdichè, il corpo, l’eros, il sexy, il nudo, la bellezza, la sensualità nelle sue varie forme esistono, fanno parte della nostra vita e la narrativa anche cinematografica ha il diritto di raccontarle come ritiene opportuno e compatibile con il tipo di storia, le atmosfere che intende evocare, i personaggi

      • Marina ha detto:

        “ma un cineasta potrà riprendere i corpi secondo la sua sensibilità senza essere etichettato ideologicamente?”

        Si Paolo 84, Il cineasta è libero di inquadrare i corpi seconda la sua sensibilità, tant’è che nessuno lo censura nè lo mette in carcere (sono assolutamente contraria alla censura!), ma anche io, povera mortale sarò altrettanto libera di esprimere il mio parere critico secondo la MIA sensibilità; oppure no?

      • Paolo1984 ha detto:

        sei liberissima come si è liberi anche di criticare la critica, ovviamente

  3. Chiara ha detto:

    io non sono d’accordo. secondo te il messaggio che l’amore fra persone dello stesso sesso non ha nulla di sbagliato, malato, diverso da quello “eterosessuale” è passato? per me no. gli argomenti principali e importanti quali omofobia, rapporto conflittuale e difficile coi genitori, rifiuto di se stessa(come nel fumetto “io non sono lesbica!”) sono stati accantonati o trattati in modo marginale, ergo questo è un film con potenzialità non sfruttate se lo si vede nell’ottica dell’affermazione dei diritti lgbt. io sono lesbica e non l’ho apprezzato… non ho apprezzato tutto ciò che tu hai lodato(magari anche perché non me ne intendo di tecniche cinematografiche) ma ciò che mi ha lasciato veramente amareggiata è che mi aspettavo un film su di noi, su ciò che la gente che non è in grado di accettare ci fa provare ogni giorno, sui problemi che sorgono con la propria famiglia(e sappiamo ormai che ci scappa anche il morto per omofobia), sul disagio che la società ci impone. per esempio mi sarei concentrata maggiormente sul rapporto con i compagni di scuola: sarebbe stato di certo un film più educativo e d’allarme. invece le scene sono quasi state stroncate, lasciate in sospeso. per chi non l’ha ancora fatto, consiglio di leggere il fumetto. p.s. no, io non faccio sesso così o almeno fino a quando non diventerò contorsionista ahah

    • Ciao,
      nel link di seguito trovi come la penso anche sul graphic novel e il confronto con il film. Puoi trovare le risposte che ti darei alle domande che hai posto indirettamente. Poi non credo che tu sia d’accordo, ma almeno è un’argomentazione in più al mio pensiero.
      Ti ringrazio per il contributo!
      Laura

      https://bergamocontrolomofobia.wordpress.com/2013/11/05/il-blu-e-un-colore-caldo-dal-graphic-novel-al-film/

    • Paolo1984 ha detto:

      non possono esistere famiglie come quella di Emma che accettano l’omosessualità della figlia? Kechiche racconta una omosessualità meno problematica e tragica ma altrettanto plausibile…cioè davvero non esistono ragazze lesbiche come Emma e ragazze bisex (per me lei è bisex almeno l’ho interpretata così, è andata col collega perchè si sentiva trascurata ma ama emma) come Adele? Secondo me esistono.
      Mi colpisce poi come molte donne lesbiche davanti a questo film si sentano in dovere di informare tutti che loro “non fanno sesso così”..non credo che il regista volesse insegnare alle lesbiche a fare sesso..ci sono coppie lesbiche che lo fanno così e altre no..mi sembra normale

  4. arianna ha detto:

    Paradosso, ho pensato! Io stessa mi sono ritrovata ad avere “accese discussioni” di confronto con amiche lesbiche, riguardanti i motivi sopracitati in questo dettagliato articolo.
    Mi trovo d’accordo in ogni singolo punto che l’autrice del testo, empiricamente, ha trattato con estrema maestria.
    Mi andava di lasciarti un commento solo ed esclusivamente per ringraziarti, Laura, per questa accurata difesa che un film così ben riuscito, si meritava!
    Arianna

  5. […] e contenutisticamente molto piacevole e ben realizzata – tra cui quelle elencate nel precedente articolo  – si sono esaurite, si è giocata la carta del confronto tra l’opera di Kechiche e il romanzo […]

  6. Paolo1984 ha detto:

    condivido molto questa “critica alla critica”.
    A proposito della “scappatella etero” di Adele io mi ero fatto l’idea che lei fosse bisex, col collega era stato solo sesso perchè lei si sentiva trascurata da emma (sembra banale ma può succedere nelle coppie, etero e gay) ma in realtà come si vede lei ha sempre amato Emma anche se tra loro è finita

  7. Finalmente un discorso (e uno sguardo) intelligente rispetto al film !

  8. recensione molto interessante, e condivisibile. sono rimasta stupita nel leggere quali siano le rimostranze di fronte al film, da parte di tante lesbiche-femministe-attiviste. francamente, uscita dalla sala, io mi sono sentita di criticare altro rispetto al discorso del sesso (ma pornografia DOVE? ma le avete viste le attrici porno dei film porno come diavolo si conciano, che faccia fanno e come diavolo si atteggiano?) o al fatto che Adele tradisce Emma con un uomo: ma chi se ne frega!?! la cosa interessate è il motivo che spinge Adele a tradire Emma, è il vedere quanto le differenze sociali finiscano per far allontanare le due protagoniste le quali, pure, all’inizio avevano tante cose in comune e parlavano bene tra loro, è il vedere Adele annichilita che non riesce più a innamorarsi di nessun altro, mentre Emma si rifugia in Lise (guarda caso, verrebbe da commentare, ricordando la scena della grande cena, nella quale Adele si fa un mazzo tanto a cucinare per tutti, mentre Emma se ne sta bella tranquilla a flirtare con Lise e a dissertare di Egon Schiele, e l’unica persona che invita Adele a riposarsi e mangiare qualcosa anche lei è lo pseudoattore che poi finirà a vendere case). insomma, sono altre le cose su cui riflettere, e magari confrontarsi che non le scena di sesso o il tradimento con un tizio invece che con una tizia, no?

  9. noioso e l’attrice che impersona Adele non trasmette tutto quello che doveva. con quello sguardo a pesce lesso sembra solo annoiata da tutto…è un film sul buco nero dell’esistenza, non sul rapporto tra donne. Molte scene sono gratuite ma evidentemente hanno sortito l’effetto desiderato. Complimenti alla critica!

  10. elenaromanello ha detto:

    Eppure è proprio Adele che tradisce Emma con un uomo la cosa che squalifica il film, così come quel cretinetto che le corre dietro alla fine… quando passerà il messaggio, come c’è già per gli uomini gay, che ad una lesbica per definizione gli uomini non interessano e avremo una bella storia, perché no, di corna tra donne? Per il resto La vita di Adele è un film interessante, le scene di sesso non disturbano (e quella non è pornografia!), con citazioni colte e un riuscito scontro tra ambienti diversi e progetti divergenti, cosa attualissima. Ma per favore, la prossima volta fatela tradire con un’altra donna!

  11. silvia ha detto:

    io l’ho visto una sola volta e, forse, sarebbe opportuno rivederlo. tuttavia, nn lo trovo così negativo. sarà che nn ho messo gli occhiali della lesbica d’annata, o della curiosa, o non so cosa. sulle scene di sesso, quelle sono anche di amore, nn è corpo spiattellato e leccato come fanno nei film prono. le ho trovate belle, rappresentate in modo veritiero, anche gli schiaffetti sono intimi, sono coerenti con la situazione. darne una lettura fisica, scurrile, volgare antidonna come nei film porno, nn mi trova molto in accordo, credo sia un errore e vuol dire n saper veder aldilà delle proprie aspettative, e il problema nn è del cinema in quel caso. i film omosex soffrono di questo, cioè devono essere “rappresentativi”, di che? se lo fanno, si dice che sono arroganti e giù con critiche. nel caso di adele, a me non pare che il regista voglia farsi bandiera del movimento. sul ritorno al maschio come ho letto in un commento, dove lo ha visto? nella vita di una donna, più o meno, giovane, si sperimenta e lo si fa con il corpo, la mente, lo sguardo. nei sentimenti si mette in gioco se stess*, la propria identità, e adele lo fa. esistono anche le lesbiche che provano attrazione per un uomo, può capitare. what’s the problem? è la nostra persona che deve avere la consapevolezza di ciò che fa e sente, per il resto eviterei il prontuario della lesbica doc. è assurdo, criticare la cultura dominante usando gli stesi criteri. è un masochismo alquanto pericoloso.

  12. gilda arcuri ha detto:

    sono assolutamente d’accordo con il contenuto di questo articolo molto intelligente e completo

  13. Non credo che la centralità di una lettura del film siano le scene di sesso o il percorso emotivo-relazionale di adele
    Quello che non mi ha convinta per nulla è la stereotipizzazione dei due personaggi a livello sociale: troppo banale, borghese.
    E kechiche in alcuni momenti quasi ridicolizza, in questo modo, i personaggi (adele in particolare)
    Poco credibile e ho trovato ridicolo il dialogo su schiele e klimt!
    Il film ha un valore per l’interpretazione delle protagoniste, nn per la regia
    Cous cous in fondo nn era un gran film!

  14. Barbara Buoso ha detto:

    Condivido l’analisi, appieno, il film é strepitosamente autentico oltre a essere un capolavoro di cinema. Formidabile.

  15. Grazie! Finalmente leggo una recensione competete e di una persona che ho visto realmente il film e lo ha capito.

  16. Monica ha detto:

    Ho visto il film, lo giudico intenso e commmovente. Ho letto con piacere questa recensione raffinata e competente, sono grata a chi tanto sapientemente ha saputo analizzare e spiegare aspetti che mi erano sfuggiti. Ora lo apprezzo ancor di più. È un film che ti rimane sulla pelle. Mi spiace che questa vostra recensione non sia firmata.
    Monica Pala

  17. Elisa ha detto:

    3 ore di film che racconta le insicurezze di una ragazza e non solo…. Personalmente l’ho trovato molto interessante e ben riuscito,le scene di sesso perfette e pulite…
    Che dire,se ci sarà un seguito sarò in prima fila con la mia compagna :).. Mi dispiace per chi si è sentita umiliata ma purtroppo anche nel 2013 ci sono persone che ancora si vergognano o non accettano la propria omosessualità… Complimenti Kechiche!!!!

  18. io son andata con la mia compagna e sono uscita cm molte di noi amareggiata a sono gay e convivo cn la mia compagna..ni dispiace ma qll che io critico non sono le scene di sesso quelle possono piu o meno piacere …ma e il succo della trama che alla fine lei torna a letto con un uomo! ma il regista prima di girare poteva prendere il dizionario e leggere la definizione di lesbica ovvero colei che nn ha attrazione per l uomo ! e nel2013 putroppo siamo ancora dei bigotti e mentalmente ristretti quindi una pellicola del genere nn fa altro che umiliarci e prenderci ingiro gia la gente definisce il rapporto gay non normale..come una fase…o per uscire dalle rige ….in piu fanno pure sti film bah!!

    • Ciao Dada,
      capisco le tue perplessità, però queste cose succedono anche nella vita reale. Non tutte le donne che si scoprono lesbiche, soprattutto quelle che vivono l’omofobia interiorizzata, hanno il coraggio di seguire la loro strada e di essere sincere verso se stesse, alcune si perdono per poi ritrovarsi, come nel caso di Adèle (tra un misto di paura, disorientamento dato da un amore inaspettato e prorompente, la mancanza di attenzioni di Emma durante il periodo della convivenza, la necessità imposta dalla società di sentirsi “normale”), altre, invece, preferiscono fare finta di nulla, cancellare il passato e intraprendere un altro percorso. Pertanto trovo l’esempio di Adèle positivo, nonostante tutto è il blu il suo colore, è Emma la sua vita.

  19. renegade ha detto:

    le polemiche servono? certo che si!in questo caso un film a tema smuove le acque,gli etero vedono una storia d’amore nel bene e nel male. ed emerge una spettatrice sia lesbica che bigotta oppure lesbica e ipocrita .che male c’è?è il bello dell’essere tutti uguali ,veramente…nel bene e nel male.

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