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imagesOggi la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato incostituzionale il DOMA (Defence of Marriage Act), una legge che contrastava il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Non è tanto la sentenza in sé che mi interessa commentare, sebbene sia un evento di importanza davvero considerevole, quanto la rete di solidarietà che si è creata negli Stati Uniti dal momento in cui la lotta per l’uguaglianza è cominciata. Centinaia di attori, cantanti, personaggi dello spettacolo e personaggi pubblici di ogni tipo si sono espressi – e continuano a esprimersi – a favore della marriage equality e a sostegno dei loro concittadini omosessuali. Il messaggio più forte, forse, l’ha lanciato proprio il presidente Obama, quando in occasione della sua rielezione ha affermato la necessità di estendere i diritti civili alla comunità LGBT, sottolineando che solo allora il cammino degli Stati Uniti verso la libertà e la piena uguaglianza sarà completato. Ma tra le tante altre personalità che sostengono la campagna ci sono anche icone di fama mondiale, personaggi seguiti da milioni di persone che, quotidianamente, condividono attraverso i social network posizioni nettamente progressiste a favore dei diritti LGBT. Beyoncé, Ricky Martin, Josh Brolin, Evan Rachel Wood, Madonna,naya Lady Gaga, Jake Gyllenhaal, Anne Hathaway, Brad Pitt, Angelina Jolie, Jodie Foster, Alicia Keys, Justin Timberlake, Julianne Moore, Clint Eastwood, Jay-Z, Sean Penn, Sophia Bush, Zach Braff, Justin Bieber, e Ben Allfleck sono solo alcuni dei tanti artisti, musicisti e personaggi di fama pubblica che si sono schierati contro la Proposition 8 (l’incostituzionale tentativo di proibire i matrimoni gay in California attraverso un referendum del 2008) e a favore della Marriage Equality Campaign. Alla pronuncia della sentenza della Corte Suprema, le pagine fan e i twitter delle star statunitensi si sono riempiti di articoli, di immagini di matrimoni, di contributi video e audio. In moltissimi hanno cambiato le loro immagini di profilo e copertina sostituendole con i simboli della campagna, persino delle note emittenti televisive, come la HBO. I gestori della pagina fan del celebre telefilm True Blood hanno addirittura dedicato un video all’evento, estrapolando immagini significative dalle puntate della serie, che fin dai primi episodi ha annoverato una considerevole presenza di personaggi gay, lesbici e bisessuali. Ma è davvero impossibile riuscire a tenere il conto dei telefilm statunitensi in cui figurano persone transgender, lesbiche, gay, bisessuali, queer o matrimoni tra persone dello stesso sesso, famiglie formante da genitori dello stesso sesso e chi più ne ha più ne metta.

E purtroppo il confronto con l’Italia non tarda ad arrivare. Se qui abbiamo bisogno di una Lady Gaga che ci faccia una lezione sui diritti all’Europride di Roma, negli Stati Uniti sanno gestirsi le cose in maniera più autonoma. Chi potremmo prestare a loro, ipoteticamente parlando? Tiziano Ferro, forse, l’unico cantante di una certa fama ad aver fatto coming out in Italia. Il resto sono macchiette, comparse alla “Grande Fratello”, ospiti isterici alla Cecchipaone e alla Platinette invitati da altrettanto isterici presentatori di bassa lega, gay omofobi alla Signorini che non hanno nulla da invidiare al peggior Giovanardi, sedicenti politici dalle argomentazioni scarse a cui importa più il profitto della vita di milioni di lsix feetoro concittadini. Se poi a cercare di darci una mano sono aziende commerciali come Coin, Lush, Ray Ban, Ikea o Swarovski abbiamo pure il coraggio di lamentarci perché “usano le nostre vite e le nostre sofferenze per farsi pubblicità”. Ma io dico: per fortuna almeno loro danno un minimo di visibilità alla nostra battaglia! Dovremmo proprio ringraziarli, dato che viviamo nella patria di Lucio Dalla, che il suo coming out ha avuto il coraggio di farlo solo da morto. Negli Stati Uniti il sindaco della città più famosa del mondo, New York, è apertamente schierato a favore dell’uguaglianza, così come lo stesso Presidente e molti altri esponenti politici di rilievo. Qui abbiamo dovuto aspettare anni prima che Nichi Vendola trovasse il coraggio di affiancare alla sua lotta politica quella per i diritti LGBT e il risultato è stato perdere molti consensi. Ma tanto di cappello a lui e a quelli come lui che ci stanno provando, come la neo dimessa Idem e… E non ce ne sono più, la lista è già finita, a meno che non si accenda la tv e non ci si sintonizzi sull’ennesima macchietta isterica e abbronzata. Se poi vogliamo essere ancora più specifici e focalizzarci sulla presenza delle lesbiche, la situazione è ancora più tragica. Mi viene in mente solo Gianna Nannini, che però non l’ha mai dichiarato e molto probabilmente non lo è nemmeno, nonostante i suoi concerti attirino più lesbiche di un torneo di calcio con cibo e birra gratuiti.

Dato che la politica non ci ascolta o promette squallidi compromessi che ci ricordino sempre che siamo diversi e sempre lo dovremo essere (e poi non riesce nemmeno a concederci quelli!), mi domando da dove debba passare il riconoscimento dei diritti di circaNoH8_Jane 6 milioni di italiani. Perché qui, purtroppo, non abbiamo una Lady Gaga che aggiorna il suo stato sui social network affermando che oggi gli Stati Uniti hanno vinto una battaglia importante. Non abbiamo un Presidente Obama che twitta che «La sentenza di oggi della Corte Suprema sulle nozze gay è uno storico passo avanti verso l’uguaglianza». Non abbiamo una Cher che ha fatto della battaglia per il riconoscimento dei diritti delle persone trans il suo baluardo. Abbiamo tanta omofobia da sradicare, siamo un piccolo grande sperduto paesino del Texas che la discriminazione se la mangia a colazione insieme a uova e bacon. E dato che dalle istituzioni mi aspetto gran poco, riuscirò a sorridere e a pensare che le cose possono migliorare davvero quando la Nannini e Renato Zero faranno coming out (e no, non è una questione privata quando ci vanno di mezzo i diritti di altri 6 milioni di persone), quando Valentino Rossi scriverà ai suoi fan che è entusiasta per la sentenza della Corte Suprema statunitense, quando Francesco Totti dirà che il calcio è un posto sicuro per i gay, quando Letta twitterà che finalmente sono stati approvati i matrimoni gay in Italia, quando la De Filippi annuncerà che i suoi programmi trash sono popolati di gay e lesbiche, quando Uomini e Donne diventerà Uomini e Uomini e Donne e Donne, quando Belen farà una campagna contro l’omofobia o quando i registi italiani inizieranno a girare film dalla tematica gay meno idioti e ignoranti.

In quanto americanista che si sente sempre recriminare che gli Stati Uniti sono il male, mi scuso in anticipo se sono stata un po’ troppo di parte, ma a volte è anche bene conoscere prima di giudicare. Gli Stati Uniti sono fucina di grandi tragedie come lo sono di un grande progresso. Io ho cercato di illustrarvi uno dei tanti lati positivi, dato che dei lati negativi c’è molta altre gente che ne scrive.

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Commenti su: "Omofobia incostituzionale: Stati Uniti e Italia a confronto" (1)

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