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Ieri sera si è svolto presso la sede nazionale di Rete Lenford (Avvocatura per i diritti LGBT) in via Matris Domini 25, Bergamo, un interessante incontro sul matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il tema è stato presentato in modo chiaro e accessibile dall’avvocato Antonio Rotelli, cofondatore e presidente dell’associazione.
Rotelli parte da una domanda molto semplice: perchè sposarsi all’estero se poi tanto in Italia il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è riconosciuto? Le risposte al quesito sono essenzialmente due. La prima è che il matrimonio contratto all’estero si trasforma, in Italia, nel primo passo per socializzare la propria relazione. La seconda è che, non appena sarà permessa l’unione anche nel nostro Paese, il matrimonio dovrà solo essere trascritto. Ma quanto dovremo aspettare affinché l’Italia si adegui al resto d’Europa in materia di diritti civili? Secondo Rotelli, la sentenza 138 è, in questo senso, un elemento di grande speranza poichè, nonostante la Corte Costituzionale abbia dichiarato che l’articolo 29 della nostra Costituzione non sia interpretabile come un obbligo ad aprirsi alle coppie gay, ha dichiarato anche, per la prima volta, che l’unione civile tra coppie omosessuali è un diritto fondamentale e che il compito di garantirlo deve spettare al Parlamento.

L’avvocato, in seguito, ci ricorda come molti tendano a paragonare le coppie omosessuali alle coppie di fatto eterosessuali, dimenticando però una differenza fondamentale: alle coppie di fatto etero è possibile accedere al matrimonio, contrariamente a quelle formate da persone dello stesso sesso. Quindi il paragone non può reggere, perchè siamo di fronte a un diritto fondamentale negato solo nei confronti di una minoranza. La differenza inizia a contare molto nel caso in cui, in quanto omosessuale, il mio compagno o la mia compagna sia un cittadino esterno all’Unione Europea, con il quale voglio ricongiungermi. Ottenere il permesso di soggiorno per il compagno extra-comunitario può rivelarsi molto più semplice nel caso in cui la coppia abbia contratto un matrimonio all’estero. Ecco come la nostra unione può avere valore nonostante non sia riconosciuta sul suolo italiano.

Antonio Rotelli, in seguito, fa una breve panoramica degli stati europei e non dove è possibile sposarsi. La caratteristica che li accomuna tutti, fatta eccezione per lo stato di New York, è l’obbligo di consegnare un certificato di stato civile libero. Serve poi un documento d’identità, negli stati extraeuropei il passaporto, e la conoscenza della lingua locale, o, in alternativa, la presenza di un interprete. Ovviamente, a questo proposito, non funziona allo stesso modo in tutti gli stati. Per esempio, per quanto riguarda la Norvegia, le formule devono essere pronunciate in norvegese, ma se non si conosce la lingua, si può ricorrere anche all’inglese, fermo restando che la persona che celebra il matrimonio conosca l’inglese. Ciò differisce dalla Spagna, dove o si conosce lo spagnolo, o si necessita di un interprete. La differenza fondamentale tra i vari stati, invece, si può delineare tra quelli che richiedono l’obbligo di residenza nel Paese in cui si vuole contrarre il matrimonio, e quelli che non la richiedono. Per quanto riguarda stati come il Canada, Washington D.C., New York o la Norvegia non c’è l’obbligo di residenza, basta certificare che si è entrati legalmente nel Paese. In Canada, è possibile sposarsi entro due o tre giorni, senza aver fatto nulla dall’Italia, contrariamente alla Norvegia, dove si deve fare previa richiesta di matrimonio dall’Italia; l’operazione è molto semplice, basta andare su un sito apposito, scaricare la modulistica, compilarla e inviarla a un comune norvegese, fissando un appuntamento con lo stesso. E’ necessario poi presentare il passaporto (la Norvegia non fa parte dell’Unione Europea) per testimoniare il proprio ingresso legale nel Paese, ma può essere sufficiente anche solo conservare e mostrare il biglietto aereo. Le cose sono un po’ diverse per quanto riguarda New York, dove trascore 24 ore è già possibile sposarsi, senza dover far nulla dall’Italia. Basta recarsi in un ufficio di stato civile e chiedere la licenza di matrimonio; rilasciato il certificato di matrimonio (al costo inferiore ai 100 dollari), il ceritficato di attestazione sarà poi spedito direttamente a casa.

In Spagna e in Olanda, invece, è richiesta la residenza, per contrastare il cosiddetto turismo matrimoniale (recarsi all’estero sfruttando lo stato ospite esclusivamente per sposarsi perchè nel proprio Paese d’origine non è possibile farlo). Ma anche in questo caso, la procedura è relativamente semplice. E’ sufficiente affittare un immobile, anche solo una stanza, e farsi trovare lì per la verifica del domicilio. Pare che alcuni magistrati spagnoli rifiutino la richiesta se gli ispettori non trovano nessuno presso il domicilio, ma bisogna essere molto sfortunati. All’iscrizione all’anagrafe segue quindi l’empadronamiento (acquisizione della residenza), successivamente, ai fini del matrimonio vero e proprio, è necessario fissare un colloquio con il magistrato, la figura istituzionale che, appunto, si occupa del matrimonio in Spagna. In seguito al rilascio dell’autorizzazione, ci si può sposare in tribunale, in comune o negli uffici del magistrato. La nota negativa è che le liste d’attesa sono molto lunghe, soprattutto se ci si vuole sposare in città come Barcellona o Madrid, che hanno numerose richieste.

In alcuni stati è richiesta la presenza di un solo testimone, in altri di due, anche sconosciuti. In Norvegia, invece, è necessario specificare previamente l’identità dei testimoni. Infine, è importante prestare attenzione al tipo di vincolo che si contrae nel Paese ospite: nel Regno Unito le unioni tra persone dello stesso sesso sono regolamentate dalla civil partnership, un’istituzione considerata diversa dal matrimonio, ma che concretamente garantisce gli stessi diritti e doveri. La stessa situazione si può rintracciare in Germania, dove la Lebenspartnerschaft si considera un istituto diverso dal matrimonio. Se nel Paese ospite queste differenze formali non costituiscono un problema, lo costituiranno invece in Italia, dove la trascrizione riguarderà il matrimonio vero e proprio, non altre tipologie di unioni civili.

L’avvocato Rotelli, in ogni caso, consiglia di sposarsi in un paese europeo, poichè è possibile sfruttare l’influenza del diritto comunitario, che può darci più elementi per portare avanti una battaglia più forte in Italia, in quanto stato facente parte dell’Unione Europea e, in quanto tale, soggetto all’interpretazione diretta delle disposizioni. Infine, alla domanda posta dal pubblico in merito al fatto se si possano smuovere o meno le cose in Italia se giungessero migliaia di richieste di trascrizione di matrimoni tra persone dello stesso sesso, Rotelli risponde che sono due i problemi fondamentali: il fatto stesso che non arriveranno mai così tante richieste perchè molte coppie omosessuali hanno ancora problemi di visibilità e, di conseguenza, non se la sentono di intraprendere un percorso del genere, e la responsabilità stampa italiana, che, contrariamente al resto d’Europa, dove favorisce un confronto di opinioni, qui sembra far di tutto per non farla nascere nemmeno l’opinione, come il caso della pronuncia della Corte Costituzionale sui matrimoni gay ha dimostrato: se la stampa estera ne ha parlato a lungo e in modo approfondito, la stampa locale ha pressochè ignorato la faccenda, sia nel bene che nel male, impedendo che potessero nascere delle opinioni, sebbene in contrasto fra loro. Ma la responsabilità, in fin dei conti, non è solo della stampa: la stessa comunità omosessuale pare disinteressarsi alla battaglia che dovrebbe portarla alla conquista dei propri diritti; ciò di cui abbiamo immenso bisogno, conclude Rotelli, è una campagna sociale e culturale di sensibilizzazione delle persone omosessuali, in primis, e della opinione pubblica. E forse anche noi dovremmo prendere esempio dalla California o da Washington D.C., dove nemmeno un referendum contro il matrimonio omosessuale può avere valore, poichè intacca ciò che ovunque è considerato un diritto foondamentale dell’uomo. Un po’ come impedire attraverso il volere popolare, dice Rotelli, che i disabili o le persone di colore salgano sugli autobus in quanto disabili e persone di colore.

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