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Oggi si è tenuto presso l’Università di Bergamo un seminario molto interessante dal titolo Declinare al maschile, percorsi negli studi sulla maschilità, organizzato dal Centro Studi sui Linguaggi delle Identità (centro Zebra). Lo scopo della conferenza è stato presentare il n. 61 della rivista “Allegoria”, dedicato agli studi sul maschile.

Come si costruisce il maschile? E’ da questa complessa domanda che parte Anna De Biasio, ricercatrice di Letteratura Anglo-Americana presso l’Università di Bergamo. Nella sua introduzione fa presente che in Italia mancano gli studi sulla maschilità, contrariamente al resto dell’Europa e degli Stati Uniti dove, fin dalla seconda ondata del movimento femminista degli anni ’60, le tematiche inerenti la maschilità sono da subito diventate oggetto di studio. Molti sono i gruppi pro-femministi formati da uomini che vanno a costituire una corrente di maschilità autoriflessiva, interessati a indagare le radici dell’oppressione patriarcale dei soggetti dominanti. E’ attraverso il decostruzionismo che viene messo in evidenza il concetto di virilità come prova di assunzione del potere, che nasce da un forte timore per il fallimento: Michael Kimmell con il suo Masculinity (1965) dimostra che ci sono tanti modi di essere maschi, nonostante la società produca un modello egemonico, e che è possibile declinare il concetto di maschilità al plurale, ampliandone le accezioni uscendo così dal maschile egemonico imposto. Kimmel mette in dubbio l’identità compatta, naturale, e preesistente al sociale della maschilità, introducendo la possibilità di nuovi modelli. Il desiderio diventa il centro della riflessione e l’orientamento sessuale diventa una parte essenziale della ricerca: il sociologo mette in discussione l’obbligatorietà dell’eterosessualità quale caratteristica essenziale e necessaria per essere considerati veri uomini.  La Sedgwick porta avanti lo stesso discorso nel suo studio Between men, del 1987, in cui indaga i legami tra maschi da Shakespeare in poi, rivelando come la maschilità non sia un concetto univoco ma pieno di sfaccettature e sfumature omoerotiche, portando avanti il discorso iniziato dalla femminista Judith Butler nel suo Sovversione di genere (1980), in cui mette in discussione l’esistenza stessa di un sesso biologico, naturale, definendo la costruzione dell’identità maschile e femminile una finzione, una performance. Sono proprio i cosiddetti soggetti deviati (omosessuali, transgender, cross-dresser) a dimostrare come il concetto di genere sia una mera invenzione, un limite imposto che non può che essere continuamente superato.

Michele Sisto, comparatista e germanista, si chiede se ci possano essere modi diversi di essere maschi e quali possono essere le variabili nella costruzione del maschile. Il suo esempio si riconduce alla DDR (Repubblica Democratica Tedesca), uno Stato unico nel suo genere, nato nel 1949 e annesso alla Germania dell’Ovest nel 1990. La DDR è la dimostrazione di come il declino di un modello possa portare alla costruzione di un altro modello, migliore sotto molti aspetti e caratterizzato da un cambiamento inconsapevole ma radicale. Il cambiamento produttivo della Repubblica Democratica Tedesca in seguito alla guerra si riflette in un grande cambiamento sociale: le donne, costrette da ragioni pratiche di sopravvivenza, si trovano a dover ricoprire i ruoli attivi dei mariti, dei padri e dei fratelli partiti per la guerra e prende così inizio il loro processo di emancipazione, in modo naturale, inconsapevole. La politica socialista porta alla parità salariale, all’aborto, al divorzio e le abitudini dell’uomo cambiano, il patto sociale fra i sessi diventa quello appartenente al modello del doppio stipendio. Tutto questo avviene in modo spontaneo, senza che ci sia un dibattito, come è stato quello femminista, caratterizzato da una forte presa di coscienza da parte delle donne; l’uomo si trova davanti a una crisi dei modelli tradizionali di maschilità, una crisi che apre nuove possibilità. Il maschio diventa padre amorevole, ruolo che viene acquisito in modo naturale e universalmente accettato all’interno della DDR. Il nuovo modello produttivo, d’altronde, forma i propri giovani senza riuscire poi a inserirli nel mondo del lavoro, la domanda è scarsa e molti ragazzi sono costretti a restare a casa. E’ il caso di Jorgen, intervistato dalle autrici di Protocolli al maschile, Christine Lambrecht e Christine Müller, che per mantenersi fa le pulizie, lavoro tipicamente femminile, e nei momenti liberi legge. Egli riflette sulla censura della sensibilità che la società impone al maschio, rivendicando il lato emotivo nascosto presente nel genere maschile. Lothar, invece, pediatra di 37 anni, si prende cura della casa e invidia le donne per la loro spiccata capacità di parlare apertamente di un problema, di manifestare la loro sensibilità senza filtri o autocensure e di essere più flessibili e aperte riguardo alla sessualità. Lothar nella sua intervista denuncia il rifiuto del maschio verso la sua componente femminile, la resistenza alla tensione emotiva e suggerisce di accettare con più serenità la propria bisessualità identitaria caratterizzata da componenti sia maschili che femminili (in questo caso non si parla di orientamento sessuale ma di convivenza di più generi).

Se nella DDR questo cambiamento si è caratterizzato per una certa naturalezza, negli Stati Uniti, invece, è stato vissuto in maniera traumatica, come fa presente il Prof. Rosso. Il maschio americano, di ritorno dalla guerra del Vietnam, si sente spodestato dal suo ruolo egemonico e vive tragicamente il cambiamento sociale. Trauma che nel caso della DDR è mitigato dagli scritti di Engels, il quale già aveva postulato la nascita di un nuovo genere e un cambiamento radicale della maschilità.

Info sul convegno: http://www.unibg.it/struttura/struttura.asp?id_notizia=49426&cerca=csli_convegni

Info Centro Zebra: http://www.unibg.it/struttura/struttura.asp?cerca=csli_intro

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