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Il convegno Identità di genere nell’ordinamento giuridico italiano organizzato a Bergamo il 26 novembre 2010 da Rete Lenford è stato un evento fondamentale per la nostra città. Il patrocinio concesso dall’Università di Bergamo e l’intervento del presidente del Tribunale di Bergamo Ezio Siniscalchi hanno dimostrato l’importanza  di un convegno che  per la prima volta nella nostra città trattasse gli aspetti giuridici e sociali relativi all’identità di genere.

I relatori, provenienti da tutta Italia, si sono dimostrati competenti e molto chiari, rendendo le loro esposizioni comprensibili per tutti gli ascoltatori, non solo per gli esperti in materia di diritto.

Anche la preside della Facoltà di Giurisprudenza Barbara Pezzini è intervenuta per sottolineare la necessità di studi e ricerche inerenti queste tematiche, ricordando che l’Università di Bergamo ha attivato nel 2008 il corso di Pari opportunità e identità di genere.

La Dottoressa Loredana Scarpelli, responsabile del SAIFIP (servizio per l’adeguamento tra identità fisica e identità psichica), ha descritto il percorso che accompagna le persone transessuali all’interno dell’Azienda ospedaliera San Camillo – Forlanini di Roma. Partendo dall’accoglienza dello psicologo si procede a stilare la cartella clinica dell’utente, e attraverso dei colloqui volti a raggiungere una piena e consapevole conoscenza personale, test psicologici  e accertamenti medici è possibile procedere alla riassegnazione del sesso biologico, previamente ottenuta la sentenza del tribunale. Il SAIFIP offre un servizio indirizzato anche a bambini e adolescenti, i soggetti che spesso hanno più difficoltà nel riconoscere la propria identità di genere. La percezione del disagio di appartenere ad un’altra identità di genere comincia nella maggior parte dei casi dagli 0 ai 6 anni e dai 7 ai 12 anni. Su 900 utenti l’età media è di 29 anni e tra gli MTF (male to female) il 74% non ha mai praticato la prostituzione, così come il 99% degli FTM (female to male). Il 60% di queste persone ha un impiego e l’impegno del SAIFIP è anche quello di accompagnare le persone transessuali dai propri datori di lavoro per assicurarsi che non si compiano discriminazioni che potrebbero portare alla perdita del lavoro anche se, purtroppo, in molti casi succede ancora.

Il moderatore Azzalini parla di diritti concreti legati al concetto di identità, non solo sessuale, come il diritto di essere riconosciuti come individui. La critica va a toccare l’approccio giuridico odierno che garantisce la protezione degli individui categorizzandoli (immigrati, donne, omosessuali, trans gender) e non per ciò che le persone sono in sé. Sarebbe invece consigliabile immaginare chi abbiamo davanti come un prisma dalle tante sfaccettature, rispettando i quattro diritti fondamentali di ogni persona: il diritto alla salute fisica, al benessere psichico che porti ad un equilibrio e un’armonia con sé stessi, alla verità personale – non attribuire opinioni, idee, concetti che la persona non possiede – alla dignità umana, quindi ad un rispetto effettivo e quotidiano. Se si riescono a rispettare questi diritti, avremo la speranza di trovarci davanti ad una persona che non per forza di cose è costretta ad appartenere al modello eterodiretto (con conseguente privazione dell’autonomia personale), rigido e astratto che nasconde le vere identità delle persone.

Azzalini conclude raccomandando più igiene verbale nel trattare questioni delicate come il transgenderismo, citando un passo de “Il fu Mattia Pascal” in cui il protagonista capisce l’importanza del nome, unica certezza che ci si porta avanti tutta la vita, unica certezza che spesso alle persone trans viene negata, nonostante si tratti di un vero e proprio diritto.

La Dottoressa Fabianna Tozzi, presidente dell’associazione Transgenere di Genova, ricorda che essere una persona trans (e non un trans) non è una scelta o un gusto personale, è una condizione naturale in cui si nasce. Per questo non si sente di essere di un altro sesso, ci si appartiene.

Il termine stesso “disturbo dell’identità di genere” è scorretto, si dovrebbe chiamare incongruenza tra identità fisica e identità psichica, poiché il disturbo in sè nasce solo dalla discriminazione e dall’emarginazione esterne. Anche il termine “transessuale” lascia qualche dubbio poiché non c’è nulla di sessuale nell’identità di una persona. Molti e molte persone transgender durante il loro percorso infatti non hanno una vita sessuale e altrettanti non arrivano fino all’intervento chirurgico sui genitali. Non si è più o meno donne o uomini se ci si opera chirurgicamente, l’identità sta nel cuore, nell’anima e nella testa, non nel sesso biologico.

In Italia, fatta eccezione per la Toscana e la Liguria, il percorso di transizione non è interamente gratuito. Inoltre lo Stato pretende che per la rettificazione anagrafica ci debba essere l’operazione chirurgica ma, come già sottolineato, non tutti hanno le possibilità economiche o il desiderio di farla. Quindi sia sotto il punto di vista della pesante ingerenza dello Stato in questioni delicate e personali sia dal punto di vista di leggi che tutelino dalla violenza transfobica, l’Italia dovrebbe adeguarsi alle vigenti normative europee, in modo che le discriminazioni, l’imbarazzo, la violazione continua della privacy delle persone transgender e l’impossibilità di avere opportunità di accesso al lavoro paritarie non siano più all’ordine del giorno.

L’intervento dell’avvocato Saveria Ricci è forse stato quello più specialistico, quello che più è entrato nel merito della materia giuridica. Nel 1953 negli Stati Uniti ha luogo la prima operazione chirurgica che abbia avuto un seguito giuridico. Dopo la Germania e la Svezia, l’Italia è il terzo stato europeo che inserisce nel proprio codice civile una legge a tutela, anche se parziale, delle persone trans, la legge 164, approvata grazie a un sit-in organizzato da personalità giuridiche davanti a Montecitorio e sostenuto dai radicali e da Rosa Russo Iervolino. La pecca più grande della legge è che è stata concepita come una legge di normalizzazione, che fà un distinguo tra una persona che si è già sottoposta a rettifica chirurgica e chi non lo ha fatto.

L’avvocato Potito Flagella ci racconta che negli anni ’80 la legge 164 è stata parecchio osteggiata dall’ordinamento giuridico poiché vista come una minaccia alla famiglia e causa di turbamento sociale. La Corte Costituzionale nel 1985 per la prima volta stila una definizione di persona transessuale, con chiari riferimenti al campo medico, trattando il transessualismo come una patologia da curare nell’ambito del diritto alla salute. Sono molte le obiezioni e finalmente nasce un approccio più umano e sociale, che interpella il diritto a realizzare la propria identità, sganciandosi dall’aspetto meramente genitale. Ciononostante tuttora vige il dogma del trattamento chirurgico, una vera e propria costrizione, attraverso il quale la legge italiana impedisce alle persone trans la rettifica anagrafica del nome, precludendo il diritto alla propria identità. Se non si vince la sentenza in tribunale, il medico chirurgo non può operare e nel caso in cui una persona non voglia o non possa operarsi non ha il diritto alla rettificazione anagrafica. In alcuni tribunali come quelli di Pavia e Bologna, si è sentenziato che non ci fosse la necessità di asportazione del pene, ma solo dei testicoli, in modo da impedire la riproduzione, una vera e propria castrazione di stato in termini giuridici. Ancora una volta il pubblico entra nel privato.

A questo proposito la sociologa Roberta Dameno cita la Convenzione europea dei diritti dell’uomo che dichiara che il nome, il sesso e l’orientamento sessuale sono aspetti privati dell’individuo, garanti della propria autonomia. Eppure lo Stato italiano non sembra reputarla una questione personale e in un’ottica paternalistica impone di chiedere il permesso, lascia in attesa di una valutazione (attesa che come ha sottolineato un ragazzo in sala è devastante per la vita della persona che la subisce) e forse dà un’autorizzazione. La differenza fondamentale quindi sta nel fatto che la Corte Europea difende l’identità dell’individuo e tutela la sua privacy, lo Stato italiano no.

Sul piano concreto il diritto ragiona per categorie, attuando una normalizzazione che renda più veloci e facili le relazioni. Così facendo però si difendono le categorie, non le persone in quanto persone concrete e si costringono gli individui a rientrare nella norma per essere tutelati (in questo caso provvedendo alla rettificazione chirurgica del proprio sesso biologico). L’ironia sta nel fatto che si compie un percorso di transizione per diventare donne, nel caso degli MTF, e poi si viene tutelati come transessuali e non come donne, tantomeno come persone. Sarebbe perciò auspicabile rivendicare l’assenza di ingerenza dell’ordinamento giuridico, per avere il diritto all’auto-rappresentazione e al rispetto in ogni caso, in primis come persone e non come categorie, evitando che lo Stato generi dei parametri rigidi volti a costituire la normalità rendendo ancor più pesante la sua ingerenza sulla vita privata e sulla privacy dei suoi cittadini.

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Commenti su: "Resoconto convegno sull’identità di genere" (1)

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