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Ieri il Pride di Treviglio si è concluso dopo una serie di eventi culturali mirati a diminuire le distanze tra le gente comune e la comunità omosessuale. Lo stesso principio si è voluto applicare alla sfilata: abiti quotidiani, colori, musica, sorrisi e slogan per manifestare il nostro orgoglio e le nostra protesta politica e, allo stesso tempo, simbolo di apertura verso la comunità di Treviglio, dalla quale abbiamo ricevuto tanto appoggio durante la marcia e durante le precedenti manifestazioni. Un Pride molto criticato, definito addirittura “fascista” poichè poco autoreferenziale e più mirato a stabilire un contatto con coloro che ci governano e coloro con i quali dobbiamo convivere ogni giorno, incontrare al supermercato o in posta, i nostri vicini di casa. Così fascista che si è concluso con l’elogio della Costituzione, salda tra le mani del portavoce Stefano Aresi.
E le distanze, a Treviglio, sembrano essere davvero diminuite: una mozione contro l’omofobia è stata approvata in Consiglio Comunale in modo plebiscitario. La giunta comunale è salita sul nostro palco, che è diventato anche il loro: la commozione del Sindaco Ariella Borghi è stata toccante, il suo rispetto e la sua felicità emozionanti. Con la voce rotta ha sottolineato quanto sia importante conoscere, prima di giudicare e quanto l’abbia arricchita mettere da parte i pregiudizi per vivere una realtà che le ha dato molto a livello di calore umano. Chi ci vuole conoscere, in fondo, è questo che scopre: l’allegria data dalla varietà delle nostre identità e la condivisione e l’amore di una comunità, quella omosessuale, che riceve sempre più appoggi per le istanze che porta avanti, come la città di Treviglio ci ha dimostrato.
Forse la vittoria più grande per tutti noi è stato il coming-out di numerosi omosessuali trevigliesi, prima intimoriti di essere soli, costretti a combattere una quotidianità a loro spesso ostile. Ciò che questa giornata ha voluto dimostrare è che siamo una grande famiglia e che ci sosteniamo a vicenda e il successo del Pride ha dimostrato quanto sia importante rivolgerci a chi non ci conosce, a chi ci giudica senza prima stringerci la mano e guardarci negli occhi.

Lasciamo parlare gli sguardi, le vite, le identità di ragazzi e ragazze che ieri hanno partecipato al Pride, scesi in piazza in prima persona, sotto la luce del sole, per reclamare i propri diritti e per manifestare il proprio orgoglio. Ragazzi in maglietta e pantaloncini, che non hanno avuto bisogno di seni al vento o perizomi leopardati per portare avanti il loro discorso politico. Loro, la faccia, ce la mettono 365 giorni l’anno, anche quando si sentono abbandonati e insultati per il solo delitto di amare. Ognuno ha il suo modo di manifestare, non ci sono modi giusti e modi sbagliati. Basta che ci sia rispetto del lavoro altrui. Siamo tutti qui per lo stesso obiettivo, dimostriamolo.

“Un pride che è partito dal basso ed è arrivato in alto, un pride composto da persone e non da personaggi, una manifestazione fatta di quotidianità e non di eccessi quale l’ostentazione intesa come mostra di ciò che non appartiene alla sfera della nostra ordinarietà.
Al ritrovo la sensazione iniziale era quella di stare in mezzo a persone semplici di qualsiasi estrazione sociale, orientamento sessuale, razza, religione o credo politico, individui pronti a marciare per un unico ideale ossia affermare i diritti civili di tutti proprio attraverso le loro vite. Quest’impressione ha pervaso e permeato l’intero corteo che si è agitato fastosamente tra le vie di un paese che ci ha accolto nonostante i pregiudizi
di coloro che li rappresentano e lo ha saputo fare nella maniera migliore tanto che, mentre la sfilata avanzava, gli abitanti del centro si son sentiti parte integrante di questo flusso che non divideva ma univa mediante espressioni comuni quali il canto, il ballo e gli applausi che confermavano la riuscita di questo evento.
Un pride che diciamo orgogliosamente differente!”

Alessandro e Rosanna


“Quello di ieri è stato il mio secondo pride dopo quello di Genova 2009 ma, anche se in misura ridotta, mi ha commosso di più perché fatto in provincia di Bergamo, dove vivo, perché circondata da tante persone che conoscevo e soprattutto da tante che non conoscevo ma che vivono nella stessa provincia. Ho notato molte coppie etero che mano nella mano ci accompagnavano al corteo e mi fa sempre particolarmente piacere perché, anche se non direttamente coinvolti, capiscono l’importanza di “Diritti per Tutti, Discriminazioni per Nessuno” (uno dei tanti slogan presenti ieri). Particolare anche l’incontro in stazione con un giovane marocchino che ci ha detto che è musulmano ma crede nel rispetto per tutti, altro esempio di persona che va al di là delle sue personali convinzioni, religiose in questo caso, per affermare il diritto all’uguaglianza. Mi sono particolarmente identificata nel motto “Noi non siamo Dolce&Gabbana”, non per accusarli di qualcosa in particolare, ma per evidenziare che non c’è un solo prototipo di gay, quello che l’italiano medio si immagina, ma ci sono persone comuni che sono anche gay.”

Ilaria


“Per me è stata una bella esperienza… La cosa bella è che è stata una sfilata tranquilla, senza esagerazioni, che non creava riscontro negativo nelle persone (a eccezione di alcune) in generale.
L’ idea di andare lì vestiti normali solo con striscioni e le nostre facce… Di tutti i giorni… E’ quello l’importante: eliminare gli stereotipi che si sono creati. E le esagerazioni non portano a niente!
Quindi per me è stata un’esperienza positiva e credo anche per alcune persone che erano lì a guardare e anche alle più ostinate… Bhè… Forse qualcosa è arrivato!”

Alice


“Il mio primo pride. Ciò che colpisce inizialmente, a colpo d’occhio, sono i colori, le musiche, i sorrisi della gente, gli innumerevoli fotografi (reali o improvvisati) pronti a cogliere l’allegria che si respira nell’aria. Poi immediatamente seguono la condivisione, lo scambio di opinioni tra chi si conosce per un obiettivo condiviso, la complicità tra chi per troppo tempo si è sentito abbandonato e ora trova il suo mondo. Che poi è il mondo di tutti, se solo lo si conosce.

Poi arrivano i margini della strada, i marciapiedi, i terrazzi, le porte aperte dei negozi dalle quali qualcuno fa capolino: la cornice del corteo. Sguardi perplessi, sbigottiti, confusi ma anche sguardi interessati, ammirevoli, gioiosi. Le impressioni visive non sono certo paragonabili a quelle interiori, ma sono un buon fissante per far sì che le sensazioni rimangano conservate, per sempre.

Per ricordarmi la prima volta completamente alla luce del sole, per ricordarmi che fino a pochi mesi prima mi sentivo un’entità indefinita e spaventata mentre ora sono una persona più integra e consapevole, per ricordarmi le lacrime scese durante il discorso delle due mamme di Caravaggio, per ricordarmi la commozione e il buco allo stomaco di fronte alle parole della madre presidentessa di AGEDO, per ricordarmi che tra spruzzini e pistole d’acqua marciavamo per la nostra libertà, per i nostri diritti e per il nostro orgoglio.

Il pride è stato parte della mia vittoria. Questo momento di riflessione mi ha bombardato di pensieri e ricordi. Quei pensieri e quei ricordi che sarebbero rimasti una pagina nera se non fosse stato per quelle persone che, anche involontariamente, mi hanno mostrato come vivere il proprio essere senza paure.

Ecco, un’ultima osservazione: centomila volte meglio un pride sobrio come questo, per guardarsi in faccia per l’appunto! Un pride della normalità, un pride diretto proprio per il modo in cui ha voluto comunicare.”

Vero

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Commenti su: "Storie da Pride: Il Treviglio Pride visto con i nostri occhi" (1)

  1. Emanuele ha detto:

    Attendo con impazienza di leggere gli altri post 😉

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