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Rubrica Letteratura

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CE LA FARO’ A SOPRAVVIVERE, a cura di Giulia Lorenzi e Cinzia Costantini (2011)

Il libro raccoglie sette racconti autobiografici che narrano principalmente storie dure, frutto di esperienze di vita difficoltose. Hanno però in comune il fatto di terminare tutte con un esito positivo, a dimostrazione che nonostante le innumerevoli batoste che la vita ci può dare, il segreto per sopravvivere è sempre quello di trovare la forza per rialzarsi e ricominciare da capo. Le autrici e autori dei racconti hanno trovato questa forza nell’attività stessa del narrare, nell’apertura delle loro esperienze a terzi, concretizzandole, mettendole nero su bianco, rendendole indissolubili e, per questo, oggetto di una continua analisi che non permette una fuga dal passato ma che consente un’apertura a ciò che di bello è poi seguito, a ciò che di bello poi verrà. Se la maggior parte dei racconti non vantano una eccessiva accuratezza e precisione formale, proprio a causa del fatto che le autrici non sono scrittrici professioniste ma persone comuni, compensano attraverso quella spontaneità e naturalezza che spesso sfuggono dalla penna di chi scrive per mestiere. L’idea di superare i traumi del passato nell’ottica di una terapia narrativa, come la definiscono le curatrici, porta in sé uno spunto molto originale; quando parlare con noi stessi risulta difficile e doloroso, aprirsi agli altri, anche se sconosciuti, può aiutarci a rimetterci in carreggiata, a fare un’autoanalisi attraverso gli occhi di chi ci osserva, ci ascolta, ma non ci giudica. I protagonisti dei racconti ce l’hanno fatta a sopravvivere. Ora tocca a tutti noi. E chi lo sa, forse la chiave per capire e vivere l’identità che più sentiamo come nostra, sta proprio nel cercare di vestire anche noi, almeno una volta, gli abiti dello “Storto del villaggio”.

Dal racconto Cristo è amore: “Mi piace pensare che quell’11 giugno del 1995 fosse divinatorio: a distanza di 16 anni, il medesimo giorno, ho fatto ritorno a Roma per il mio primo gay pride, dove ho espresso la mia essenza, l’amore per la mia compagna e, contemporaneamente, per il mio Dio, che so che contraccambia, anche perchè mi ha voluta Lui così: a Sua immagine e somiglianza”.

(Laura)

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FUN HOME. UNA TRAGICOMMEDIA FAMILIARE, di Alison Bechdel (2006)

Questo graphic novel autobiografico (in italiano romanzo grafico, un’evoluzione del fumetto verso temi e pubblico più selezionati) tratta la storia di Alison Bechdel, che durante i suoi vent’anni non solo scopre la sua omosessualità, ma anche quella del padre, morto investito da un camion. Tra letture femministe e i primi amori, Alison ripercorre la sua storia famigliare, cercando di trovare una chiave di lettura alla strana morte del padre, che per lei e la madre resterà sempre un suicidio. Il padre cerca di dare un tono di perfezione apparente ad ogni cosa, a cominciare dalla propria casa, un museo ben curato, più che un luogo accogliente, per poi finire con la propria famiglia. In realtà egli è un uomo severo, insoddisfatto, frustrato, a tratti anche violento nei confronti dei figli. Ma Alison, attraverso la sua narrazione minuziosa del passato, riesce pian piano a riscoprirlo, a capire le ragioni del suo carattere duro e autoritario, la sua omofobia interiorizzata che per anni l’ha costretto a fugaci storie clandestine d’amore omosessuale. E’ solo attraverso una ricostruzione retrospettiva che la Bechdel ritrova quel rapporto speciale tra padre e figlia, legati indissolubilmente dalla loro omosessualità e da una forte affinità intellettuale, che trova le sue radici nella letteratura e nei grandi classici. E così, se il padre risulta essere inizialmente un antieroe, poiché incapace di prendere la scelta di vita che molto probabilmente l’avrebbe reso felice scegliendo invece di nascondere la sua omosessualità (al contrario della figlia), alla fine del racconto a posteriori si trasforma in un eroe, perché, in fin dei conti, “lui era lì a prendermi quando ho saltato”. Un graphic novel perfettamente congegnato, dai particolari curati e dai disegni precisi e coinvolgenti, che attraverso la letteratura ripercorre la storia di due vite parallele che non sono mai riuscite a incontrarsi e incastrarsi perfettamente l’una nell’altra. Un viaggio nella storia della queer theory di Judith Butler, passando attraverso l’omofobia interiorizzata e l’omofobia imposta dalla società, fino ad arrivare alla liberazione sessuale e affettiva dell’individuo e delle identità.

(Laura)

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I, PIERRE SEEL, DEPORTED HOMOSEXUAL, di Pierre Seel (1994)

Questo libro è un toccante racconto autobiografico che ci fa ripercorrere la storia e i suoi orrori, dai quali molte persone, tra cui i nostri politici italiani, non sono ancora riuscite a ricavare un insegnamento. Purtroppo il volume non è ancora stato tradotto in italiano ed è disponibile solo nella versione francese o inglese. Pierre Seel, giovane omosessuale alsaziano, denuncia il furto del suo orologio alla polizia francese, la quale lo scheda come omosessuale, dato che la rapina è avvenuta in un luogo frequentato dai gay di Mulhouse, sua città natale. Qualche anno dopo, la Gestapo nazista si impossessa delle liste della polizia francese e arresta gli omosessuali schedati, tra cui c’è anche Pierre Seel. Il suo calvario comincia con un interrogatorio fatto di insulti e sdegno, fino ad arrivare allo stupro suo e dei suoi compagni con un bastone da parte degli agenti della Gestapo. La furia degli agenti nel torturare i prigionieri  è così mostruosa che i loro intestini vengono perforati dai bastoni, le loro unghie strappate. Tra urla di dolore e un fiume di sangue, Seel viene successivamente deportato al campo di concentramento di Schirmeck – Vorbruch, dove il terrore non gli lascia tregua. Seel, infatti, viene qui sottoposto a una serie di terrificanti esperimenti, tra le risate degli ufficiali di servizio. Messi in fila a torso nudo contro muri bianchi, vengono fatte loro delle dolorose iniezioni nei capezzoli e i loro corpi sono usati come bersaglio per il lancio delle siringhe da parte degli agenti, come se giocassero a freccette a una fiera. E’ così che il vicino di Pierre muore: il lancio della siringa nel suo petto gli perfora  il cuore. Ma il peggio deve ancora venire. Ignaro che anche il suo amante diciottenne Jo è stato deportato nello stesso campo, Seel lo vede arrivare, trascinato da due uomini delle SS, che lo fanno spogliare e gli posizionano un secchio di metallo in testa, per poi sguinzagliargli contro i pastori tedeschi, che gli azzannano i testicoli e lo sbranano vivo davanti agli occhi dell’amato e degli altri deportati. Tutto questo mentre gli altoparlanti trasmettono della musica classica. Seel descrive questo momento come il peggiore della sua vita: le urla di Jo rimbombavano a causa del secchio posto sopra la sua testa, trasformandosi in un lacerante, agghiacciante e straziante grido. Un grido che Seel non riuscirà più a dimenticare, che si ripresenterà per altri cinquanta anni nei suoi incubi, attraverso i quali rivive ogni notte il massacro del suo amore.

In seguito al trasferimento al campo di Smolensk, Pierre Seel viene finalmente rilasciato, ma vive l’idea della sua libertà in uno stato d’ansia costante: il segreto della sua omosessualità pesa sulla sua famiglia, così come sul giudizio sociale, e, infine, sulla possibilità di ricostruire i pezzi di una vita ormai devastata dall’orrore. La libertà era solo per gli altri, dice Seel, non di certo per un ragazzo omosessuale degli anni quaranta, in un’epoca  post nazista in cui una radicata ideologia antiomosessuale cercava di attribuire le origini della follia di Hitler anche alla sua latente omosessualità.  E se le leggi antisemitiche furono estirpate alla fine del governo De Gaulle, quelle contro gli omosessuali rimasero negli statuti fino al 1981. Forse è per questo motivo che i  genitori non osano chiedere al figlio straziato e scheletrico quale fosse stata la causa del suo internamento e lui non osa parlarne, men che meno osa raccontare le torture subite a causa del suo orientamento sessuale. Solo quando la madre è in punto di morte, Seel riesce a riscoprire la grande intimità che lo lega a lei, rivelandole il suo segreto. Ma quando la donna muore tra le sue braccia in ospedale, le sue confidenze profonde muoiono con lei, nel momento forse più significativo e commovente dell’interno racconto. Solo dopo decenni e con un matrimonio infelice e tre figli alle spalle, Seel troverà la forza di parlare di nuovo della sua tragedia, indissolubilmente legata alla sua taciuta omosessualità. L’uomo ci ricorda con amarezza e profondo sconforto come Karl Buck, ufficiale nazista che si divertiva a sfrecciare con l’auto di servizio in mezzo al campo falciando e ammazzando decine di deportati, dopo qualche processo, sia andato in pensione, vivendo in agiatezza e libertà fino a ottanta anni. O come gli stessi partigiani cacciassero i gruppi omosessuali dalle loro celebrazioni in memoria delle vittime della follia nazista. O, ancora, come in altre manifestazioni i partecipanti gridassero ai gruppi gay di tornare nei forni crematori nazisti e durante le messe in onore delle vittime i cancelli venissero chiusi per impedire l’accesso degli omosessuali ai memoriali. Ma ciò che forse è ancora più assurdo è che dopo le torture, l’internamento e gli anni di vergogna imposti da una forte omofobia interiorizzata, causata dalla vergogna nazista, lo stato di prigioniero e vittima non sia stato riconosciuto a Pierre Seel dalla burocrazia e dalle autorità francesi fino al 2003. Ora, a Tolosa, dal 2008, è possibile camminare per le vie di Rue Pierre Seel. Le ultime parole di quest’uomo senza colpe, se non forse quella di amare mentre tutti gli altri odiavano, sono di un’umanità straziante, quell’umanità che il nazifascismo non è riuscito a strappargli. Le sue ultime parole sono dedicate all’amore della sua vita, Jo. Quando Pierre sente il bisogno di urlare tutta la sua rabbia, vaga per i cimiteri e i luoghi della memoria, trasformati ormai in zone residenziali e in villette a schiera e, arrivato a casa, accende una candela nel buio della sua cucina. La sua fragile fiamma altro non è che l’eterno ricordo di Jo.

(Laura)
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PRINCIPESSE AZZURRE, a cura di Delia Vaccarello (2003)

“Domani partirò per non tornare, portandomi dietro tutte le cose che mi mancheranno: come in quelle lunghe e intense storie d’amore tra donne che, quando finiscono, tuttavia non finiscono mai veramente”.
Termina con queste parole l’ultimo racconto del primo volume (in tutto cinque) di Principesse azzurre, a curia di Delia Vaccarello. Come dice il sottotitolo, una raccolta di Racconti d’amore e di vita di donne tra donne. Punto di forza e di debolezza allo stesso tempo, come in ogni raccolta, è la varietà degli stili, dei generi, delle storie. Ce n’è davvero per tutti i gusti: un amore raccontato attraverso soli sms, uno che parla tramite fumetti e un altro ancora sotto forma di compito in classe; c’è la scoperta della propria sessualità – che in questi casi non sempre coincide con il periodo adolescenziale – il desiderio di maternità di donne già adulte e “l’insostenibile pesantezza dei vent’anni”. C’è un’infiltrazione di letteratura, di storia, di fantascienza. Tracciare un quadro completo mi risulta pressoché impossibile, nonché fuori dai miei intenti, troppe anticipazioni tolgono poi il gusto della sorpresa, un po’come guardare un trailer di un film, a volte. No? Personalmente, nell’insieme, non lo definirei uno di quei libri che sulla mia mensola non possono mancare (senza nulla togliere alla bravura delle autrici), ma reputo in ogni caso che sia importante e fondamentale segnalarne l’esistenza, dal momento che vi sono donne capaci di raccontare e di esprimere il proprio amore senza mezzi termini e senza velature, così come sono, o come vorrebbero che fossero, o come son stati, trasmettendo un messaggio positivo di coraggio e speranza a tutte le donne che, purtroppo, questa forza ancora non la trovano.
Tra i racconti che più mi hanno colpito, vorrei segnalare questi tre titoli, nonché il ricco contributo finale sul lesbismo nell’editoria italiana.

- Incompiuta, di Marc de’ Pasquali;
- Last minute, di Rosaria Iodice;
- Librando, di Rosanna Fiocchetto.

(Elisa)

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GAY E LESBICHE a cura di Luca Pietrantoni e Gabriele Prati (2011)

Una piccola guida aggiornata sull’omosessualità, a cura di due rinomati psicologi e docenti, Prati e Pietrantoni, destinata, forse, più a un pubblico eterosessuale per la semplicità discorsiva e terminologica con cui tratta la storia dell’omosessualità e dei pregiudizi che da decenni la stigmatizzano. Questa variante dell’affettività è qui presa in analisi sotto i suoi diversi aspetti, partendo da quello antropologico-culturale fino a quello scientifico. Un libretto utile, soprattutto per chi ancora nutre pregiudizi contro gay e lesbiche basandosi su una serie di stereotipi, invalidati dalle statistiche. Forse a qualche persona impreparata potrà risultare molto interessante scoprire che l’identità di genere (in media si percepisce l’appartenenza al genere femminile o maschile, indipendentemente dal proprio sesso biologico, tra gli 0 e i 3 anni) non è sinonimo di orientamento sessuale, ma le due cose sono ben distinte. O che i ruoli di genere imposti dalla società e veicolati attraverso l’educazione dei propri figli si consolidano, drasticamente, tra i 3 e i 6 anni, spesso annullando la soggettività del bambino, costretto a vivere un ruolo sociale che non lo rappresenta e che non gli appartiene. Forse risulterà sconvolgente per molti realizzare che il 13,4% degli italiani tra i 18 e i 70 anni hanno avuto desideri e/o comportamenti omoerotici almeno una volta nella loro vita (e parliamo di cinque milioni e cinquecentomila persone, una minoranza considerevole). Storie di evirazioni, discriminazione, alienazione che fanno accapponare la pelle per la loro crudeltà, e che oggi sembrerebbero impensabili, si replicano ogni giorno nei diversi ambiti sociali della vita di una persona omosessuale, dalla famiglia alle amicizie, dal lavoro alla salute, nonostante sia scientificamente provato che il contatto, il dialogo e la conoscenza reciproca sono la medicina migliore per l’omofobia (l’odio e il disprezzo per le persone omosessuali), come l’esperimento denominato ipotesi di contatto di Gordon Allport dimostra. Probabilmente grazie a questa guida qualcuno riuscirà a superare i propri limiti mentali avvicinandosi umanamente alle individualità di soggetti che, oltre a costituire la categoria degli omosessuali, sono principalmente persone con qualità perculiari e irripetibili, come chiunque altro. E questa sarà indubbiamente una piccola grande conquista.

(Laura)

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RAGAZZE CHE AMANO RAGAZZE di Giovanna Nina Palmieri (2010)

Ho trovato questo libro tra i volumi dalla biblioteca presi in prestito da mia madre, nella sua kilometrica pila personale situata sul suo comodino. Non voglio perdermi nel chiedermi come mai questo libro fosse lì, voglio illudermi che fosse lì perchè mia madre è interessata a capire il mio mondo, il mio modo di amare, il mio essere lesbica. Voglio pensare che questo sia un modo per avvicinarsi a qualcosa che ha difficoltà a capire e che non la convince ancora del tutto. E devo dire che questo libro aiuta molto, se lo scopo è questo, raccontando storie d’amore e sofferenze, di battaglie e di vittorie del mondo lesbico. Ogni ragazza, ogni donna, ogni storia è diversa ma in comune c’è la consapevolezza profonda che il proprio modo di amare non sia poi così diverso da quello di tutti gli altri. Tante storie di normalità, di quotidianità, viste e narrate dagli occhi eterosessuali dell’autrice del programma tv “I viaggi di Nina”, andato in onda su La7 qualche anno fa.  Avere pregiudizi sul mondo lesbico è più che lecito, quello che importa, poi, è volerli sfatare e conoscerne la realtà immergendosi con tutto il corpo, il cuore, la mente e l’anima. Il coinvolgimento poi è talmente grande e appassionante che non si può fare altrimenti. Solo in questo modo Nina con semplicità e simpatia ci dimostra quanto amore, passione, tenacia e coraggio caratterizzino quel mondo. Conoscere, entrare in contatto, vivere la quotidianità di storie lesbiche: non c’è altra soluzione per rendersi conto che se c’è qualcosa che è anormale è il fatto che l’amore, i figli e le famiglie di queste persone non siano riconosciuti legalmente.

(Laura)

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LE IDENTITA’ DI GENERE di Elisabetta Ruspini (2001)

Un interessante percorso nella costruzione sociale dei generi e dell’orientamento sessuale attraverso la decostruzione degli stereotipi che per anni hanno relegato la donna ad essere un mero oggetto di riproduzione e l’omosessuale un individuo deviato.
Si ricorre spesso al termine “natura” per riferirsi all’orientamento eterosessuale come assetto innato e corretto, l’unica via possibile. Tale vocabolo è stato usato nei secoli scorsi per giustificare la predominanza violenta dell’uomo sulla donna, inserita in un contesto patriarcale che la privava dell’educazione scolastica e dell’indipendenza economica e affettiva, a cui è stata negata la propria libertà sessuale e di scelta.
Il testo mette bene in evidenza come fin dalla nascita la società ci attribuisca delle identità univoche dalle quali ci è impossibile staccarci, poiché attorno a noi si costruiscono aspettative relative al nostro genere imposteci e inculcateci fin dalla tenera età: vestitini rosa se nasce una femmina, giocattoli differenziati legati all’attività e alla passività, rispettivamente associati a maschi (guerra, auto, mostri) e femmine (bambole da accudire, cucine, trucchi), operazioni chirurgiche istantanee a bambini intersessuati. O sei maschio, o sei femmina, o sei eterosessuale o hai dei problemi.
L’aggressività e l’omofobia maschile dimostrano quanto la nostra società non riesca a gestire il mutamento costante delle identità: la famiglia tradizionale si sta sgretolando (tradimenti, divorzi, violenza domestica, donna che prende la parte dell’uomo costituendosi portatrice di reddito nel nucleo familiare, possibilità di carriere di alto livello anche per le donne), molteplicità degli orientamenti sessuali e delle identità (omosessuali, cross-dresser, transessuali). Tutto questo contribuisce a corrodere lo stereotipo di virilità portato avanti dal genere maschile nel corso dei secoli e, immancabilmente, la frustrazione si riversa in episodi di violenza e omofobia.
E’ necessario quindi rendersi consapevoli del mutamento in atto e accettare il fatto che non esista un unico modello di comportamento e che l’opposizione costituita da maschio eterosessuale- femmina eterosessuale sta per essere sorpassata in favore di un equilibrio tra maschile e femminile (e non per forza una dicotomia) e dalla varietà di identità.
Vasti riferimenti bibliografici sul tema dell’omosessualità, del femminismo e dell’identità maschile.

(Laura)

RAGAZZE CHE AMANO RAGAZZE di Giovanna Nina Palmieri (2010)

Ho trovato questo libro tra i volumi dalla biblioteca presi in prestito da mia madre, nella sua kilometrica pila personale situata sul suo comodino. Non voglio perdermi nel chiedermi come mai questo libro fosse lì, voglio illudermi che fosse lì perchè mia madre è interessata a capire il mio mondo, il mio modo di amare, il mio essere lesbica. Voglio pensare che questo sia un modo per avvicinarsi a qualcosa che ha difficoltà a capire e che non la convince ancora del tutto. E devo dire che questo libro aiuta molto, se lo scopo è questo, raccontando storie d’amore e sofferenze, di battaglie e di vittorie del mondo lesbico. Ogni ragazza, ogni donna, ogni storia è diversa ma in comune c’è la consapevolezza profonda che il proprio modo di amare non sia poi così diverso da quello di tutti gli altri. Tante storie di normalità, di quotidianità, viste e narrate dagli occhi eterosessuali dell’autrice del programma tv “I viaggi di Nina”, andato in onda su La7 qualche anno fa.  Avere pregiudizi sul mondo lesbico è più che lecito, quello che importa, poi, è volerli sfatare e conoscerne la realtà immergendosi con tutto il corpo, il cuore, la mente e l’anima. Il coinvolgimento poi è talmente grande e appassionante che non si può fare altrimenti. Solo in questo modo Nina con semplicità e simpatia ci dimostra quanto amore, passione, tenacia e coraggio caratterizzino quel mondo. Conoscere, entrare in contatto, vivere la quotidianità di storie lesbiche: non c’è altra soluzione per rendersi conto che se c’è qualcosa che è anormale è il fatto che l’amore, i figli e le famiglie di queste persone non siano riconosciuti legalmente.

(Laura)

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