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MAGNIFICA PRESENZA, di Ferzan Ozpetek (2012)
Uno dei pochi film italiani contemporanei che ha ancora qualcosa da raccontare, con un pizzico di originalità. Pietro, giovane pasticcere gay catanese giunto a Roma per sfondare come attore, ha appena perso il padre e la sua vita sentimentale con il regista Massimo non va esattamente come lui si aspetta che vada. Presa in affitto un’antica abitazione a un prezzo irrisorio, Pietro scopre che non vive da solo come pensava: l’appartamento, infatti, è abitato dai fantasmi di una celebre compagnia teatrale molto in voga negli anni quaranta. Pietro, inizialmente terrorizzato dai bizzarri personaggi, inizia a stringere amicizia con i fantasmi e, in particolar modo, con Luca, affascinante e sensibile gentiluomo d’altri tempi che sembra ricambiare con dolcezza l’interesse di Pietro. L’aspirante attore, un favoloso Elio Germano, perennemente stralunato e dallo sguardo sognante, si trova quindi sospeso tra la realtà e la finzione, incarnate, rispettivamente, da Paolo, suo vicino di casa dagli occhi languidi, e Luca, il fantasma che lo sveglia sfiorandolo con un soffio al mattino e che lo culla con intense poesie la notte. Tra stravaganti incontri fortuiti, come quello con il personaggio della brillante drag queen picchiata e abbandonata sanguinante per strada, e i continui esilaranti confronti con la cugina sempliciotta e un po’ ninfomane che tenta di convertirlo all’eterosessualità, Pietro costruisce intorno a se una vera e propria famiglia, un mondo di affetti veri e immaginati con i quali condividere una vita che, altrimenti, sarebbe vuota. Sospeso tra un senso profondo di nostalgia, il toccante e costante bisogno di memoria e momenti di vera e propria commedia, il film ci parla di sentimento, di bisogno di affetto, di famiglia e di condivisione. E la famiglia, in particolar modo, è tutto tranne che tradizionale; non ci sono padri, madri o altri parenti stretti, ci sono cugini di cugini, estranei bizzarri ma affabili e fantasmi educati. Ciò che non manca, però, è il senso che il termine “famiglia” porta con se: l’umana necessità di amare e di sentirsi amati. Perché in fondo, per dirlo con le parole di Mereghetti, siamo tutti alla ricerca del calore di una presenza o, forse, solo di un nuovo posto in cui commuoverci. E tra spiriti e drag queen, personaggi dalla sensibilità più umana che cinematografica, il film sembra essere permeato di uno spirito profondamente almodovariano, ma dove le peculiarità tutte italiane non vengono dimenticate, come la velata accusa di Pietro a un sistema che non ha ancora imparato a rispettare la diversità dimostra. “In che anno siamo? Gli italiani, sono liberi?” chiedono i fantasmi, che si sono sacrificati per la Resistenza. “Liberi, liberi… Proprio non sono…”, risponde Pietro.
(Laura)
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CIRCUMSTANCE, di Maryam Keshavarz (2011)
Shirin e Atafeh sono due giovani donne che vivono nella Teheran contemporanea post-rivoluzionaria, amministrata dal conservatore Ahmadinejad e ancora troppo impregnata dei dettami oscurantisti dell’ Ayathollah fondamentalista sciita Khamenei, successore di Khomeini (la cui effige appare spesso nel corso del film). Shirin ha perso i genitori, dissidenti politici giustiziati a causa delle loro idee, ed è costretta a vivere con uno zio autoritario. Atafeh proviene da una famiglia colta e progressista, per nulla simpatizzante della piega politica che il Paese ha preso. Il padre, in particolare, sembra soffrire molto delle restrizioni imposte del regime alla figlia e alle donne in generale e auspica un futuro migliore per la sua Atafeh (a cominciare dalla possibilità di poter fare un bagno nel mare, un banale svago che alle donne, in seguito alla Rivoluzione, non è più concesso praticare). L’unica nota negativa della famiglia di Atafeh è il fratello, Mehran, che, nonostante la giovane età, trova nel fondamentalismo religioso di Khomeini una via di uscita dal problema della droga. Shirin e Atafeh sono due spiriti liberi, rifiutano di seguire le regole imposte alle donne dal governo teocratico, partecipano a feste clandestine, fanno il bagno di notte in biancheria intima, si vestono con gonne corte. Ma, soprattutto, si amano alla follia e sognano una vita insieme, ciò che la Teheran contemporanea e omofoba non può offrire loro. La felicità delle due ragazze, infatti, ha vita breve: catturate e umiliate dalla Polizia Morale iraniana a causa del loro comportamento poco consono alle strette regole religiose del regime, sono costrette a rinunciare al loro sogno d’amore. Shirin, obbligata dallo zio a sposarsi per ridimensionare il suo spirito ribelle, sceglie di contrarre il matrimonio con il fratello di Atafeh, così da poterle stare vicino e vivere nella sua stessa casa. Shirin però non sa che Mehran, ormai interamente assorbito dal fondamentalismo religioso, nonostante l’opposizione e la preoccupazione dei genitori e della sorella, la controlla attraverso microspie. Scoperte le sue fughe notturne da Atafeh , diventa sempre più severo nei confronti della moglie, costretta a vivere una esistenza triste che non le appartiene. L’epilogo, purtroppo, è abbastanza intuibile: poco possono due giovani donne innamorate contro il patriarcato del fondamentalismo religioso. Le due protagoniste femminili, Nikohl Boosheri e Sarah Kazemy, entrambe di origini iraniane come la regista, dai volti espressivi e affascinanti, incorniciati da un velo sottile che ne risalta la bellezza e l’esotismo, sono molto interessanti. Le scene d’amore e di affetto tra Shirin e Atafeh sono di una delicatezza appassionante, caratterizzate da una malinconica vena nostalgica, accompagnate dalla paura, dallo sconforto e dal coraggio. Un film indubbiamente coinvolgente per la comunità lesbica (non vanta una eccessiva bravura registica) ma che per essere gustato a pieno, secondo me, deve essere accompagnato dalla conoscenza del contesto culturale e politico di un Paese ambiguo e ricco di storia come l’Iran, il cui presente differisce molto dal suo passato meno conservatore.
(Laura)
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TOMBOY, di Céline Sciamma (2011)
Laure, ragazzina di 10 anni, si trasferisce in un’altra città durante le vacanze estive e fa amicizia con un gruppo di bambini, tra cui la coetanea Lara, che si invaghisce di lei. Laure, però, decide subito di presentarsi come Mikael, facendo credere agli amici di essere un maschio. La ragazza, pur assumendo atteggiamenti maschili stereotipati dalle regole della società, lascia però trasparire in più di un’occasione la sua profonda e spiccata sensibilità, diversa da quella degli altri bambini. Quando il suo segreto viene scoperto, la reazione dei coetanei è ostile, solo Lara sembra fare un passo verso la comprensione delle ragioni che hanno portato Laure a fingersi un maschio, così come, in parte, la madre, che, pur compiendo una piccola grande violenza costringendo Laure a indossare un abito femminile per andare a scusarsi con gli amici e con Lara, nel profondo ne capisce le ragioni e le accetta. Il tema della complessità dell’identità sessuale si ripropone attraverso un interessante finale aperto, in cui il volto di Laure parla senza aver bisogno di parole. Nella sua intensa espressività, si condensa la varietà incontenibile che caratterizza l’identità e l’orientamento sessuale, le esperienze e i desideri, la curiosità e l’esplorazione. Molto lontano dall’obsoleta e profondamente discriminatoria ottica freudiana del desiderio poliforme, la pellicola di Sciamma contribuisce a smascherare i pregiudizi e i tabù degli adulti e della società che accompagnano i bambini nella loro crescita. Considerando che l’appartenenza a un genere diverso da quello biologico si inizia a percepire prima dei sei anni, forse andrebbe rivisto l’atteggiamento che si ha nei confronti dei preadolescenti, considerati esseri asessuati privi di desideri e caratterizzati da un’identità forzata che risponde ai ruoli sociali imposti dalla collettività e non necessariamente dalle aspirazioni, dall’affettività e dai sentimenti del bambino in quanto individuo con una propria soggettività. Ottima performance di Zoé Héran, di un’espressività intensa e dalla delicatezza commovente. Questo film è una piccola perla indipendente che, al di là della perfetta resa delle emozioni, che non scadono mai nel mieloso o nello strappalacrime, provocando, al contrario, qualche tenera risata, vanta anche di una curata tecnica cinematografica, caratterizzata da interessanti e variati movimenti di macchina, uso del teleobiettivo e gioco di campi.
(Laura)
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FEBBRE DA FIENO, di Laura Luchetti (2011)
Pur essendo una pellicola italiana prodotta a basso budget, Febbre da fieno riesce a sorprendere per la scelta delle tematiche trattate e per il suo finale stranamente imprevedibile. Matteo, un ragazzo che lavora in un bizzarro negozio di oggettistica vintage (purtroppo se ne vedono gran pochi in giro ormai), viene lasciato dalla compagna, Giovanna, che si è innamorata di un’altra donna, scoprendosi lesbica. Dopo un anno, Giovanna torna da Matteo, ancora innamorato di lei, per chiedergli di diventare donatore di seme affinché le due donne possano coronare il loro sogno d’amore e avere un bambino. Nonostante la relazione tra le due donne non costituisca il motore principale dell’azione, risultando marginale, è comunque molto interessante scoprire che anche in Italia ci sono registi che hanno il coraggio di affrontare questo genere di argomenti, dipingendo con naturalezza il desiderio di amore e famiglia delle coppie omosessuali. Un film poco pretenzioso, sicuramente non un capolavoro, ma dal vago e piacevole sentore di Nouvelle Vague. Colpisce indubbiamente la scelta del finale, che si distacca molto dai soliti film d’amore all’italiana e che incarna alla perfezione quel senso di leggera malinconia che il Ponentino, il tipico vento romano, soffia sulla vita e le storie delle persone, destabilizzandole.
(Laura)
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I RAGAZZI STANNO BENE (THE KIDS ARE ALL RIGHT), di Lisa Cholodenko (2010)
Questo è un film necessario per la nostra società, ancora troppo lontana, all’alba del 2011, da ciò che nel resto dell’Europa e negli Stati Uniti sta già diventando la consuetudine. Sto parlando della famiglia omogenitoriale, tema centrale di questa interessante pellicola, candidata agli Oscar come miglior film e con altre 3 nomination. Lisa Cholodenko ci mostra come siano più le somiglianze che le differenze tra una famiglia composta da due madri lesbiche e due figli concepiti attraverso inseminazione artificiale e una famiglia eterosessuale tradizionale. Gli stessi problemi, le stesse incomprensioni e la stessa unità famigliare e gli stessi affetti che aiutano a superare le difficoltà e le debolezze. Da subito l’elemento che salta all’occhio è la tranquillità in cui vivono i due figli, Joni, brillante ragazza di 18 anni che sta per andare al college e Laser, tipico ragazzo di 15 anni in cerca di se stesso. Nessuna anomalia nei loro caratteri, nessuna traccia di insicurezza che riguardi l’ambito famigliare in cui si trovano a vivere, anzi: Joni parla in libertà con i suoi amici delle sue madri, dei loro problemi coniugali tipici di ogni altra famiglia-tipo eterosessuale e gli amici le rispondono con naturalezza, come se quella fosse la norma più ordinaria che esista. E quando i problemi matrimoniali esplodono, i ragazzi non esitano a serrarsi attorno a mamma Nic per farle da scudo contro il dolore causato dall’errore di mamma Jules, di cui subito capisce l’ingenuità. E quando la figura maschile, il donatore di sperma, irrompe nella famiglia, anziché costituirsi come un punto fermo nella crescita dei ragazzi, nonché modello da seguire, si rivela essere un elemento poco educativo, una parentesi divertente fino a quando la sua leggerezza non arriva a infastidire persino i due ragazzi, che inizialmente lo avevano cercato per poi, alla fine, allontanarlo. Ciò che rende il film realistico e credibile è la mancanza di retorica buonista che lo caratterizza: la famiglia è imperfetta, le mamme sono imperfette (una troppo rigida, l’altra troppo impulsiva) e vivono una quotidianità a volte felice, a volte imperfetta. Ed è proprio questo elemento che ci fa entrare da subito nell’ottica di una famiglia convenzionale. Bravissime Annette Bening e Julianne Moore, che per questo film a bassissimo budget hanno rinunciato agli abituali cachet da star quali sono. Credibili fino in fondo nei panni di due madri lesbiche, soprattutto la Bening, candidata all’Oscar come miglior attrice e vincitrice del Golden Globe. Nei panni di Joni troviamo invece la giovane Mia Wasikowska, scoperta e ingaggiata prima che diventasse l’Alice di Tim Burton. Un film che dovrebbe passare in ogni sala italiana affinché la gente comprenda che l’unico problema che un figlio di una coppia gay può avere è quello di essere discriminato da chi è così ottuso da non capire che la famiglia è una cosa personale e privata e nessuno po’ arrogarsi il diritto di decidere se sia più o meno normale, naturale o tradizionale quella etero o quella omosessuale. Che ognuno guardi il proprio operato come genitore prima di andare a criticare gli altri modelli famigliari, perché se c’è amore e rispetto, c’è tutto ciò che serve alla crescita di un bambino. E sono molte le realtà lesbiche che in Italia lo dimostrano. Un appunto: il sottotitolo della locandina originale recita “pensavano di essere una famiglia perfetta”, trasformato nel fuorviante “pensavano di essere una famiglia normale” italiano.
(Laura)
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L’URLO (HOWL) di Rob Epstein, Jeffrey Friedman (2010)
San Francisco, 1956: il poema “Howl” (urlo) di Allen Ginsberg, scrittore apertamente omosessuale, viene pubblicato e fa subito scalpore. La sua potente carica evocativa e accusativa in salsa beat non viene recepita dal pubblico ministero, che porta il caso in tribunale, cercando di dimostrare che l’opera è oscena. Dalla parte della difesa ci sono 50 intellettuali, interpreti dei grandi meriti del poema di Ginsberg. L’esito della sentenza si rivelerà sorprendente. Il film si muove lungo un abile montaggio che interseca l’episodio del processo all’editore del poema con la lettura dello stesso, evocato attraverso una graphic novel ben congegnata e disegnata, con, allo stesso tempo, le confessioni di Ginsberg. Allen ci racconta di come ha scoperto di essere omosessuale, del suo primo amore non corrisposto per lo scrittore beat Neal Cassidy, della sua amicizia con Kerouac, suo ispiratore e mentore, del suo amore profondo per Peter Orlovsky, che sarà il suo compagno di vita fino alla morte e oltre, nel ricordo dello stesso Peter. Forse la pellicola non riesce a rendere del tutto il potere del poema, entrato subito nella storia della letteratura americana e mondiale per la sua perfezione formale che ricorda una ballata jazz sia nei ritmi che nei contenuti (a questo proposito ci sono registrazioni delle letture di Ginsberg del poema che meritano di essere ascoltate). Howl è la denuncia di una società marcia, sbranata dalle fauci di Moloch, simbolo di un mondo malato, affetto da guerra e distruzione, fatto di edifici di freddo metallo e povertà, che trova il suo senso di esistere nelle strade cupe delle periferie e nei mendicanti della notte strafatti di visioni e deliri devastanti. Howl è la storia degli amici e conoscenti scrittori di Ginsberg, delle esperienze di personaggi sospesi in una realtà che cercano di vivere e interpretare attraverso le loro opere; è la storia delle paure condivise con Carl Solomon, conosciuto in una clinica psichiatrica, destinato alla lobotomia perchè un vuoto incolmabile gli squarcia l’anima, nello stesso modo in cui la squarciò alla madre di Ginsberg. Necessaria la lettura del poema.
(Laura)
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COLPO DI FULMINE-IL MAGO DELLA TRUFFA (I LOVE YOU PHILLIP MORRIS) di Glenn Ficarra, John Requa (2009)
Una commedia simpatica, ispirata a fatti e persone realmente esistiti. Un uomo, che conduce una tranquilla vita famigliare da classico sogno americano, realizza, in seguito ad un incidente stradale, di essere sempre stato gay e decide pertanto di rincominciare a vivere una nuova vita alla luce del sole. Per garantire un buono stile di vita al suo amante Jimmy, Steven inizia a darsi a piccole truffe, per finire poi in galera, dove incontrerà l’amore della sua vita, il Phillip Morris del titolo, brutalmente tradotto in italiano con un banale “Colpo di fulmine”, che non rende giustizia al richiamo all’amore omosessuale presente nel titolo originale. Anche dopo essere uscito di prigione il protagonista Steven non riesce a rinunciare a voler dare a tutti i costi al suo amore una vita piena di felicità e per questo si mette nuovamente nei guai, trascinando con sé, suo malgrado, anche Phillip. Ma per l’ennesima volta Steven riesce a cavarsela, decidendo però di sacrificare la propria libertà per salvare quella del suo amante, dimostrandogli ulteriormente tutto l’amore del mondo. Un film molto simpatico che a tratti gioca con gli stereotipi e li stravolge in modo originale attraverso un umorismo irresistibile e mai scontato e che, allo stesso tempo, è permeato da un dolce sentimentalismo. Una produzione indipendente che però vanta due attori come Jim Carrey e Ewan McGregor, bravi e credibili nei panni di due uomini gay uniti da un amore profondo. Consiglio la visione del film in lingua originale, se possibile, perchè la traduzione e il trailer italiani lasciano molto a desiderare, scadendo nei soliti sereotipi sul mondo gay, nonchè dando un’idea del film diversa da ciò che è realmente (mi riferisco soprattutto al pessimo montaggio del trailer in italiano).
(Laura)
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CHLOE, TRA SEDUZIONE E INGANNO di Atom Egoyan (2009)
La spl
endida e bravissima Julianne Moore è convinta che il marito la tradisca e per togliersi ogni dubbio assolda una escort di nome Chloe affinchè possa testare le reazioni del marito. Chloe si spinge oltre ai limiti iniziando un percorso di seduzione che porterà ad un finale inaspettato e alla presa di coscienza della moglie del suo vero orientamento sessuale. Si tratta di un film molto strano, giocato sul confine labile che separa e unisce seduzione e ossessione. La fragilità della Moore è affascinante, così come il sottile gioco di seduzione di Chloe, che con i suoi sguardi di ghiaccio e il suo sorriso perfido e allo stesso tempo dolcissimo spiazza lo spettatore.
(Laura)
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VIOLA DI MARE di Donatella Maiorca (2009)
Un film toccante e molto intenso tratto da una storia vera (descritta anche da Giacomo Pilati nel libro “Minchia di re”) che racconta l’amore tra due donne nella Sicilia maschilista e patriarcale dell’800.
Un secolo che ci sembra così lontano sembra invece rivelarci quanto l’ipocrisia e la violenza omofoba siano presenti tuttora nel nostro Paese. Le stesse parole di disprezzo, gli stessi insulti, gli stessi sguardi di accusa, le stesse limitazioni di libertà: poco sembra essere cambiato dal contesto ottocentesco ad oggi e la pellicola ci dimostra quanto chi si fa portatore della morale e che si erge a giudice di tutto e di tutti, sia poi il primo a commettere atti atroci e di una violenza che lascia di stucco da tanto efferata si rivela essere.
Un amore tragico eppure così dolce, che si sviluppa tra la tenerezza e l’affetto delle due ragazze, inserite in un contesto naturale mozzafiato e la violenza e il disprezzo di chi le circonda e non capisce il loro amore. Un inno all’emancipazione non solo sessuale e affettiva, ma soprattutto della donna: lo spirito libero e ribelle di Angela, infatti, la sostiene lungo ogni difficoltà e ogni battaglia che intraprende in quanto Donna e in quanto lesbica, la costringe a non abbassare mai la testa e a vivere la sua coraggiosa scelta di fingersi un uomo pur di stare con la donna che ama. La reazione di queste due donne colpisce e commuove e la scena finale del film è la più chiara ed incisiva dimostrazione di come sia impossibile mettere delle catene a chi ama fino allo stremo, fino al sacrificio e a chi non vuole rinunciare alla propria libertà e identità.
Ottima l’interpretazione delle due bellissime attrici, Valeria Solarino e Isabella Ragonese, una coppia che incanta per la sua semplicità e ci guida oltre ogni pregiudizio con la sua dolcezza e con il suo coraggio.
(Laura)
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COMME LES AUTRES (BABY LOVE) di Vincent Garenq (2008)
Una simpatica commedia francese che tratta il tema dell’omogenitorialità.
Un rinomato pediatra omosessuale dedica tutto il suo tempo alla cura dei bambini e si accorge di desiderare di averne uno suo. Dovrà affrontare molti problemi, non essendo legale in Francia adottare figli da parte di coppie omosessuali. Come single sarebbe possibile adottare un bambino, tuttavia gli assistenti sociali francesi spesso ostacolano questa possibilità se scoprono che il genitore in questione è omosessuale. Il film evidenzia molto bene questo problema. Tra assistenti sociali e problemi di coppia, il protagonista Manu riesce a coinvolgere nella vicenda una frizzante ragazza straniera, arrivata in Francia per cercar lavoro, con la quale ha un incidente d’auto. La bella Fina finirà per innamorarsi di lui e dargli il figlio che tanto desidera, convincendosi che è ingiusto privare di una gioia tale una persona solo a causa del suo orientamento sessuale. Un film coinvolgente e piacevole da guardare, soprattutto per la dolcezza e la delicatezza con cui tratta tematiche come l’omosessualità e la omogenitorialità. Il protagonista stupisce per la sua interpretazione, un personaggio dolcissimo il cui forte e sentito desiderio di avere un figlio commuove se paragonato al reale desiderio di moltissime altre persone omosessuali a cui la legge impedisce di avere figli.
(Laura)

